Una nuova guerra fredda alle porte? Non perché il mondo di oggi riproduca meccanicamente quello del secondo Novecento, ma perché la tecnologia tende intrinsecamente a organizzarsi in blocchi: chip, cloud, modelli, standard, software, dati, piattaforme, regole. Un Paese potrebbe scegliere strumenti americani non solo per efficienza, ma per collocazione geopolitica. Un altro potrebbe preferire soluzioni cinesi perché più economiche, più sovrane o meno vincolate alle regole occidentali. L’IA diventerebbe così infrastruttura di influenza.
Se gli Stati Uniti e i loro alleati fossero nettamente avanti, potrebbero stabilire standard di sicurezza, limitare gli usi pericolosi e impedire che regimi autoritari definiscano le regole della prossima generazione tecnologica. È una tesi comprensibile. Ma va problematizzata. Ciò che Washington considera “leadership responsabile” può apparire a Pechino come contenimento strategico. E ciò che Pechino chiama “sovranità tecnologica” può apparire alle democrazie come costruzione di un ecosistema autoritario.
Ogni percezione è legittima. Gli Stati Uniti hanno ragione a temere che l’IA rafforzi sorveglianza, repressione, cyberattacchi e capacità militari cinesi. La Cina ha ragione, dal suo punto di vista strategico, a temere che il controllo americano su chip, cloud e modelli diventi uno strumento permanente di subordinazione. Ogni conseguente misura difensiva di una parte viene letta dall’altra come aggressione. È la dinamica classica dell’escalation.
La superintelligenza renderebbe questa dinamica ancora più pericolosa. Se i decisori politici credessero che il primo arrivato ottiene un vantaggio irreversibile, sarebbero tentati di accelerare, ridurre controlli, ignorare segnali di rischio, militarizzare la ricerca. È il “dilemma della corsa” in cui nessuno vuole correre troppo, ma nessuno vuole arrivare secondo. In questo scenario, la sicurezza dell’IA non è un lusso etico; è una condizione di stabilità geopolitica.
Serve allora una forma minima di cooperazione anche tra rivali, e la recente missione in pompa magna di Trump e le Big Tech sembra andare in questa direzione. Non un’ingenuità pacifista, né la rinuncia alla competizione. Ma servono alcuni guardrail comuni: limiti agli usi militari più destabilizzanti, canali di comunicazione sugli incidenti, standard per la valutazione dei modelli più potenti, controllo delle applicazioni biologiche e cyber, tracciabilità del compute, accordi sulla non proliferazione di capacità estreme. La difficoltà è enorme, perché la fiducia è bassa e la posta in gioco altissima, ma l’alternativa è una corsa cieca.
E l’Europa? Se è indietro, molto indietro, sull’IA, può ancora contare come mercato, come regolatore, come alleato industriale, come spazio di ricerca pubblica e come promotore di standard democratici e umano-centrici. Per farlo, però, deve evitare due illusioni opposte: credere che basti regolare per contare o credere che basti imitare la Silicon Valley per recuperare. Probabilmente, dovrà schierarsi.
