Appare evidente che la Cina sta prendendo il volo nell’adozione di questa tecnologia, grazie a modelli che costano un decimo rispetto ai nostri: a casa loro si paga tra $1.4 e $4.40 per milione di gettoni, da noi siamo tra i $10 ed i $50. Preferite comprare una Ferrari o un’utilitaria per andare in città a fare la spesa? Notate come il grafico sopra ci mostra i trilioni, ossia i milioni di milioni di gettoni usati dai ranocchi elettronici cinesi ed americani: sono numeri importanti.
C’è un elemento di tensione tra Trump ed Amodei sull’uso di questa tecnologia in guerra, ma visto che il CEO digitale ha ammesso senza problemi che aver usato Claude per bombardare le bambine iraniane non infrange i suoi vincoli etici, non credo ci sia questa grossa differenza etica tra i due squali. Tuttosommato non è la prima volta che l’America cerca di impedire la diffusione di una tecnologia: dalla bomba atomica, alla crittografia, sono tanti i casi in cui ci hanno provato, fallendo una volta dopo l’altra. E questa volta il fallimento non si fa’ aspettare, è già lampante oggi. Mentre nel caso del nucleare o della crittografia gli utilizzi sono limitati, perché bombardare un paese o secretare dei documenti è un uso per poche persone, con l’intelligenza artificiale ci puoi fare di tutto, pure le lasagne, ed interessa tutti. Questo significa che sono tantissime le organizzazioni e gli individui che cercheranno di aggirare il divieto, costruendo un’alternativa.
Nel caso dell’intelligenza artificiale, gli ultimi modelli cinesi sono marginalmente meno capaci dei nostri, ma costano un decimo e vengono adottati su scala molto più larga. In America ci ritroviamo banche altisonanti, e le stesse multinazionali digitali, che devono restringere l’uso di agenti AI perché ogni dipendente brucia oltre $2.000 al mese usandoli, vuoi per guardare le previsioni del meteo, vuoi per investire in borsa o preparare una presentazione lavorativa. In Cina al contrario gli agenti sono già usati in fabbrica, non per perder tempo.
I competenti occidentali ci assicurano che la ricerca americana è 9-10 mesi davanti a quella cinese, e non ho motivo per dubitarlo, ma se quell’essere davanti è marginale, mentre il costo è molto a favore di Pechino, non vedo tutto questo motivo di orgoglio. L’oggetto del contendere resta la capacità del ranocchio elettronico di imparare da solo e di auto-regolarsi, di darsi un capo digitale che ne assicuri affidabilità e rispetto delle regole. Inoltre, con tutte le centinaia di miliardi che girano in questo mercato, non è che qualche 007 trovi il modo di trafugare questi ultimi algoritmi e darli alla concorrenza? Se ci riesce Tom Cruise per una manciata di ingressi a Mission Impossible, figurati davvero. Nel dark web è un fiorire di commercio di identità false, e nel corso della storia ogni protezione è sempre immancabilmente stata bucata: è solo questione di tempo.
Ultimo sintomo della paura del sorpasso cinese lo vediamo nel cambiamento di politica del Centro per gli standard ed innovazione IA, ente federale promosso da Trump per promuovere lo sviluppo di questa tecnologia in America: all’improvviso le sue ricerche e linee guida sono state secretate, senza un perché. Il sospetto è che gli spioni abbiano accumulato abbastanza evidenza dell’importanza del grafico sopra, del fatto che l’approccio cinese di tanti piccoli miglioramenti pratici finisce per portare risultati migliori che avere poche grandi aziende che investono centinaia di miliardi. In ogni caso, per qualsiasi organizzazione o individuo che voglia fare cose con il ranocchio elettronico, oggi come oggi conviene usare un modello cinese che americano, perché sono rarissimi i casi in cui gli ultimi algoritmi Anthropic o Google hanno un vantaggio competitivo. Quindi, non fermatevi solo a ChatGPT, o Claude o Gemini, provate anche i modelli in salsa cinese; e non preoccupatevi di consegnare segreti in mano a Pechino, ci sta pensando Bruxelles a proteggervi, con centinaia di pagine di regole ben scritte.
