Pensieri e pensatori in libertà


La sincerità di Ruini

Alla morte del cardinal Ruini si sono riscatenate forze antiche. Al di là dei commenti violenti e assurdi, dentro e fuori la Chiesa ci sono state condoglianze condite da “se, ma, però”, che erano in fondo critiche, e difese che si affannavano a dire che il cardinale era diverso dalla sua immagine pubblica di “cattivo” e divisivo.

Forse, però, occorre aggiungere qualcosa. Perché Ruini sembrava così duro o divisivo? D’accordo, chi lo conosceva sapeva che non era così, ma allora perché gli si poteva appiccicare addosso questa immagine? Perché si poteva avere quell’impressione? Per chi lo ha conosciuto solo nella vecchiaia, ormai definito solo dalla sua dimensione personale, dove stesse questa forza, che poteva essere scambiata per durezza, risulta evidente. Possedeva alcune doti in misura fuori dall’ordinario: la capacità immediata di giudizio su fatti e persone, la capacità di fidarsi, il coraggio di trarre tutte le conclusioni da ciò che si ritiene vero, l’orizzonte sempre universale e cattolico degli interessi. In quello che è stato pubblicato come il suo testamento spirituale, e che il Papa ha citato più volte nell’omelia funebre, Ruini dice di sé stesso nello stesso modo in cui si raccontava ai suoi visitatori. Si vede nel testo che il cardinale conosce sé stesso con lucidità impressionante: il gusto dello studio, le idee nette, lo stile di vita sobrio ma non pauperista, il grande incontro con Giovanni Paolo II quando la fede era forse provata dall’abitudine più che dalla tentazione, l’aiuto agli altri, materiale e spirituale, l’obbedienza assoluta a qualunque Papa, la passione per i meccanismi della politica. Non risparmia neanche le autocritiche: la troppa poca preghiera, la durezza delle decisioni. Manca solo un particolare, che ammetteva nello stesso modo franco, con i suoi amici: non aver mai capito la musica. Non so se ci sono tanti che riescono a fare un quadro così preciso di sé stessi, e dirselo, e scriverlo. Se la sincerità è una virtù, il cardinale la possedeva in modo eroico. Valeva per sé ciò che aveva scritto nel suo stemma vescovile: la verità ci farà liberi. Sembrava duro per questo: in un mondo che fugge sempre da sé stesso e che cerca sempre la soddisfazione, cioè il compimento della libertà, in un accomodamento, in un compromesso, in un confortevole sentimentalismo, in un’autogiustificazione, chi sa che la sola soddisfazione libera sta nel dirsi le cose come stanno, perché si è convinti che la realtà abbia in fondo un disegno buono, sembra eccentrico e cattivo. Quando invece è il contrario: è solo nella sincerità assoluta che si può trovare conforto e, forse, misericordia.

Il funerale celebrato dal Papa sotto la cattedra di Pietro è forse il gesto più sintetico della sua vita, di tutto ciò che aveva voluto, inteso e servito. E il Papa regnante - a proposito di verità, un piccolo uomo sotto l’immensa cattedra del principe degli apostoli - ha interpretato perfettamente la serietà e la verità di questo momento, persino nel ringraziamento alle persone care e vicine al cardinale, una piccola comunità, che l’ha accudito negli ultimi anni. Così, quando la gloria del mondo era già passata, il cardinale Camillo è andato all’incontro di cui tanto aveva scritto e parlato. Sono sicuro che adesso capirà anche la musica.

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