C'erano tanti relatori prestigiosi che provenivano da ogni parte del mondo, ma non starò qui a farvi l'elenco né a dirvi i contenuti specifici, alle volte molto interessanti, di ciascuno dei loro interventi. Ciò che mi ha colpito, tra i ricordi e gli studi, è una nota a margine del personaggio Umberto Eco. Certo, più volte è stato ritratto nella versione gioviale e ilare della sua multiforme personalità, sostenuta da migliaia di interessi e da una memoria prodigiosa. Una relatrice lo ha ricordato come in tanti l’abbiamo conosciuto: “seduto come un papa” al ristorante mentre pontifica sulla semiotica tra una barzelletta e un aneddoto, tra una risata e un bicchiere. Eco è l'uomo del gusto dell'intricato, dei doppi codici della comunicazione, dell’ironia e del complotto, dell'infinito gioco di specchi dei nostri ruoli e personalità, dell'inesausta possibilità di menzogna che, come ha sempre sostenuto, è il cuore della capacità umana di utilizzare dei segni.
Eppure, questa volta mi ha colpito di più un aspetto che rimane meno conosciuto. In tutto questo infinito gioco, alle volte, o forse sempre, Eco rimane insoddisfatto. Cambia più volte le sue posizioni teoretiche, come se non potesse darsi pace. Se il “segno”, considerato come capacità di mentire, è negli anni '70 e '80 il fulcro di una visione che lo avvicina ai postmodernisti, alla perdita di ogni certezza riguardo alla realtà stessa, alla medesima esistenza, alla fine degli anni '90, a partire dal libro Kant e l'ornitorinco, Eco recupera quello che chiamerà un “realismo negativo”. Per lui, “realismo negativo” significa che la realtà presenta comunque un punto di resistenza, un punto che non è interpretabile – “chiamatelo dato o dio”, diceva – e che dirige le nostre interpretazioni in modo tale da non permettere l'arbitrio delle interpretazioni. È una correzione della sua traiettoria precedente, dovuta al ripensare alle critiche ricevute, come egli stesso ammette nella sua autobiografia intellettuale uscita con il testo che lo ritrae, unico italiano della storia, nella Library of Living Philosophers. È in fondo la stessa nota malinconica che emerge alla fine del romanzo autobiografico La misteriosa fiamma della regina Loana, in cui il protagonista Yambo perde la memoria personale e resta invece perfettamente padrone della memoria collettiva, del sapere enciclopedico, di miriadi di conoscenze erudite. Era il sapere enciclopedico che lo stesso Umberto Eco aveva usato come immagine del mondo inteso come comunicazione. Alla fine, Yambo, il protagonista, finito in coma, naviga fra i ricordi personali chiedendosi tutto il tempo chi è veramente: “Non ce la faccio ad abbandonarmi, voglio sapere chi sono”. Forse non la sicurezza, la padronanza e la giovialità che tutti abbiamo visto, ma questa segreta malinconia e insoddisfazione erano il motore dell’impressionante opera di saggista, filosofo, sceneggiatore, collezionista, comunicatore, uomo di governo e di accademia che certamente sembrava aver fatto confluire a Bologna “tutta la conoscenza del mondo”.
