A voler ben pensare, ogni volta che inizio una nuova serie di opere, dentro di me deve essere completamente rasa al suolo la precedente. E’ come se tutto dovesse finire in un deserto assoluto, metafisico, un buco nero nel quale un pezzo di storia si inabissa. In questa fine totale si apre un ventaglio di possibilità, uno schema nuovo, pieno di mistero e forse sinistro fascino, e a tentoni avanzo. E’ successo molte volte ormai, e tutte le volte questo morire e risorgere diventa un po’ meno ansiogeno: un tempo finivo nell’angoscia più nera, temevo di non riuscire più ad andare avanti, temevo la fine del “mondo delle possibilità”. Ora mi adatto meglio a questo enigma fatto di passione, timore, dubbio, volontà, errore. In genere infatti si apre uno schema, ma molto spesso però ne subentra un altro, cambiando la direzione, e per proseguire devi per forza tradirti, andare oltre, ricominciando. Andare sapendo di sbagliare, verso un ben conosciuto ignoto.
Non so bene cosa sia la creatività, e nemmeno il talento, sono certa però che il farmaco, o la dipendenza, è molto potente. Ci ho sguazzato dentro per più della metà della mia vita: non sono neanche certa se l’esperienza sia stata positiva ma probabilmente non potevo fare diversamente. Hickey mi sorregge nel suo modo scontroso, mi fa capire che dall’avanguardia “le bellezze proliferavano ognuna con il suo pubblico, ognuna con il suo piccolo carico teorico di approvazione psico-politica” e sono ancora oggi tutte vive. Di fatto non aspiro a creare nulla di nuovo, tutto è stato già detto e sicuramente meglio di come l’avrei detto io, forse, quello sì, penso che la bellezza e la poesia meriti di continuare ad esistere, meriti in noi nuovamente uno spazio, anche se noi, appunto noi, i contemporanei, non siamo più in grado che di vederne solo qualche dettaglio, qualche frammento. Ma se la bellezza è verità, allora sì che io, come altri, possiamo ancora dire qualcosa, perché ognuno è un’esperienza unica e inimitabile e si merita un suo piccolo pubblico.
