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Mondiali di calcio a Boston

Boston è la città più sportiva d’America: abbiamo quattro squadre professioniste, dai Red Sox per il baseball, Celtics per il basket, New England Patriots per il football e Bruins per l’hockey con cui riempiamo di continuo i tre stadi cittadini, cui si aggiunge la maratona che attira centomila tra corridori e spettatori, e le regate di canottaggio per cui abbiamo il club più grande al mondo. Le palestre sono piene ed il lungo fiume è un continuo di corridori e ciclisti che si allenano, non so cosa potremmo fare di più.

Nonostante questa abitudine allo sport, l’avvento del mondiale di calcio aveva innervosito gli animi bostoniani: gli amministratori locali hanno deciso di costruire nuove stazioni e pagare lauti ingaggi per la sicurezza dell’evento con le nostre tasse, mentre la FIFA ha pensato bene di razziare il mercato con prezzi dei biglietti, del merchandising e dei parcheggi che gridano vendetta al cospetto di Dio. Il trenino che ti porta allo stadio normalmente costa $20 per andata e ritorno, ora $80. Il parcheggio che ogni settimana compri a $50-70 per tutta la giornata, con questo mondiale viaggia tra i $180-250. Se a questo aggiungi il prezzo del biglietto di almeno $400 a persona, occorre vendere un rene per vedere lo spettacolo.

Fino alla settimana scorsa l’accoglienza al mondiale FIFA era mediamente tiepida: gelida tra gli anziani, timida per gli adulti, calda tra i giovani. Ma tre giorni fa Boston è invasa dalla Tartan Army, i tifosi scozzesi sono arrivati carichissimi di kilt, cornamuse e simpatia. Sono ovunque, e li riconosci da lontano: maglietta blu e kilt, sono almeno 40.000 tra giovani, gruppi, coppie, anziani, e sempre a far festa.

Una manciata di questi tifosi ha affittato una casa, danno la sveglia al vicinato con la cornamusa alle 6.30 del mattino, invitano tutti a colazione alle 8.00, alle 10.50 sono già in fila al pub, dove bevono oltre i limiti esplorati dalla scienza medica. Uno dei classici pub bostoniani ha ordinato 18.000 litri di Tennents e conta di finirli a breve, e questo è solo uno dei marchi di birra che vende: un urologo non riesce a capacitarsi.

Ti aggiri nel giardino comunale al centro, trovi 5.000 scozzesi che celebrano uno di loro tra musiche, canti e processioni, ed ovviamente ti attirano a festeggiare con loro. Uno di questi mi spiega che due anni orsono era in Germania per l’europeo di calcio, ma lui e compagni non avevano il biglietto per vedere le partite, e sono finiti in un paesino lontano, smunto, noioso. Dopo due giorni ballavano tutti in piazza dove avevano messo gli schermi per guardare le partite: anche lì han dato fondo ai barili di birra. Mi promette di rifare lo stesso con Boston: mi rendo conto di esser davanti ad un Attila degli animatori da villaggio-vacanze, credo proprio ci conquisterà.

La città reagisce nel modo migliore: il sindaco ha allungato il permesso di servire alcolici alle tre del mattino, nella piazza del municipio hanno allestito maxi schermi, l’entusiasmo è più contagioso del vairus. Anche la Francia è a Boston, ovviamente ci sono tifosi francesi e di altre nazioni a spasso, ma non si vedono o sentono perché qui abbiamo a che fare con dei veri professionisti della simpatia, impossibile non unirsi a loro.

E quindi, da ex-residenti scozzesi, stasera saremo anche noi allo stadio, io con maglietta blu e moglie con il kilt d’ordinanza, poco interessati al risultato calcistico di Scozia - Haiti, ma assolutamente felici di rivivere quell’atmosfera giocosa e festaiola che vivemmo trent’anni fa a Glasgow. E proprio per celebrare l’anniversario, quest’estate torneremo in Scozia: conto di rivedere qualcuno di questi tifosi.

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