A quasi un mese dalla scomparsa del grande artista mi ritrovo, complice il gran caldo, a ripensare ai suoi quadri più iconici, quelli delle piscine degli anni ’60, capolavori frutto di un cambio di rotta radicale, dai pallidi cieli dell’Inghilterra alla luminosa California.
“A bigger splash” del 1967, raffigura un trampolino subito dopo un tuffo non visibile, si avverte la presenza umana solo per lo spruzzo che ne deriva, cristallizzando quell’attimo. L’assenza della figura permette dunque di concentrarsi solo sull’acqua e sull’onda spumosa bianca che vibra su uno sfondo acquamarina; una villa modernista, le palme e un cielo di un tardo pomeriggio completano la scena, creando una composizione potente. Il quadro è avvolto da un senso di eterna sospensione.
La stessa eterna sospensione che troviamo in “Portrait of an artist (Pool with two figures)” del 1972. Di quegli specchi d’acqua cristallina, così difficile da catturare dirà: «È un problema formale interessante dipingere l'acqua, perché può essere qualsiasi cosa, non ha un colore fisso. È una trappola di luce che si muove continuamente.». E ancora, «L'acqua nelle piscine cambia aspetto più di qualsiasi altra forma. Il suo colore può essere artificiale e i suoi ritmi danzanti riflettono non solo il cielo ma, grazie alla sua trasparenza, anche la profondità dell'acqua stessa. Se la superficie è quasi ferma e c'è un sole forte, allora linee danzanti con i colori dello spettro appaiono ovunque.». E’ certo che quei quadri ormai, sono un punto fermo nella storia dell’arte.
L’acqua così come il cielo non hanno né un colore né una forma fissa, ed è per questo che sono così interessanti per i pittori, rappresentano, dal punto di vista pittorico, un enigma da sciogliere. Di fatto ti misuri con l’essenza stessa della pittura, in bilico tra la figurazione e l’astrazione.
