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Chi pagherà i trilioni dell’IA?

Alla chiusura del 3 luglio Nvidia valeva in Borsa 4,75 trilioni di dollari, Alphabet, cioè Google, 4,32, Microsoft 2,91, Amazon 2,64, Meta 1,49, Tesla 1,39. Sono 17,5 trilioni. A questa montagna di capitalizzazioni si aggiungono le grandi scommesse private: OpenAI è stata valutata circa 852 miliardi e Anthropic 965. Non sono cifre direttamente sommabili - le quotate hanno quote nelle private e gran parte del loro valore nasce da attività anteriori all’IA - ma segnalano una fiducia implicita vicina ai 20 trilioni. 

Frotte di investitori si attendono che l’intelligenza artificiale (IA) allarghi profitti, mercati e potere di piattaforma.

Una parte del rientro di questo investimento è già visibile. Nvidia guadagna vendendo il “pedaggio” della nuova economia: chip, reti e calcolo. Google, Meta e Amazon possono finanziare servizi gratuiti o a basso prezzo con pubblicità, e usare l’IA per rendere più remunerativo ogni annuncio. Ma un assistente sostenuto dalla sponsorizzazione non è neutrale: tende a trasformare bisogni, conversazioni e intenzioni d’acquisto in merce.

Gli abbonamenti sono il secondo pilastro per guadagnare. Cento milioni di utenti a 20 euro al mese producono 24 miliardi l’anno. Sembra molto, ma non è abbastanza da solo a spiegare valutazioni da centinaia di miliardi. Per OpenAI, Anthropic e Google il modello decisivo sarà dunque quello aziendale: agenti incorporati in progettazione, software, vendite, assistenza, logistica e amministrazione, venduti per posto di lavoro, transazione o risultato.

Il ritorno più consistente verrà però dall’aumento di produttività e, chiaramente, dalla sostituzione del lavoro umano. Se un agente libera un quarto del tempo di una funzione che costa 50 mila euro l’anno, genera 12.500 euro di valore: una licenza da 3-6 mila euro è sostenibile. L’umanoide deve superare un test più duro. Per sostituire una mansione fisica da 45 mila euro, noleggio, manutenzione, energia, supervisione e assicurazione devono restare sensibilmente sotto quel costo, oppure il robot deve lavorare su più turni. Perciò non avanzerà subito il “servo universale”, ma il robot-as-a-service, un nuovo paradigma fatto di macchine affidabili, assicurate e specializzate in compiti ripetitivi e ambienti controllati.

Il futuro sarà un mix: hardware ad alto margine, servizi gratuiti sostenuti dalla pubblicità, abbonamenti professionali, agenti che moltiplicano il lavoro e robot affittati dove i conti tornano. La vera rendita spetterà a chi possiederà infrastrutture, dati, distribuzione e relazione con il cliente.

Per l’Europa la risposta non può essere la sola regolazione né l’imitazione della Silicon Valley. InvestAI, AI Factories ed EuroHPC devono tradursi in capitale paziente, domanda pubblica comune e applicazioni industriali. Fabbriche, ospedali, reti energetiche e città possono diventare il mercato iniziale di un’IA europea affidabile e di una robotica di servizio competitiva. Altrimenti saremo gli utenti: pagheremo gli abbonamenti, vedremo gli annunci e verremo sostituiti, più che potenziati, da robot costruiti da altri.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.