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Too big (tech) to fail

Il “troppo grande per fallire” lo conosciamo bene. In Italia ha avuto il volto della Fiat e poi di Alitalia, per fare due esempi preclari: imprese fragili, costose, ma troppo intrecciate con occupazione, indotto, territori e identità nazionale per essere lasciate cadere. Lo Stato interveniva non perché fossero invincibili, ma perché il fallimento avrebbe prodotto disoccupazione, perdita di competenze e vuoti strategici. Era il too big to fail della debolezza.

Negli Stati Uniti accade qualcosa di diverso e paradossale. Le Big Tech non sono troppo grandi per fallire perché stanno male. Lo sono perché stanno troppo bene. Apple, Microsoft, Alphabet-Google, Amazon, Meta, Nvidia e Tesla non chiedono salvataggi: generano profitti, attraggono talenti, dominano infrastrutture digitali, guidano l’IA e sorreggono la fiducia finanziaria americana, ma proprio per questo regolarle è difficilissimo.

Il dato più chiaro ce lo fornisce la Borsa. Le Magnificent Seven pesavano il 34,8% dell’S&P 500 al 12 maggio 2026, contro il 12,5% nel 2016. Sette imprese valgono più di un terzo del principale indice azionario americano. Non sono semplicemente nel mercato: in larga misura sono il mercato. Se rallentano, non soffrono solo gli azionisti: tremano fondi pensione, Nasdaq, aspettative di crescita e racconto della supremazia americana.

Questa concentrazione convive con una società ferita. Gli Stati Uniti sono il Paese più innovativo del mondo, ma spendono per la sanità più di chiunque: nel 2024 il 17,2% del Pil, pari a 14.885 dollari pro capite, contro una media OCSE del 9,3% e 5.967 dollari. Eppure l’aspettativa di vita era 78,4 anni, 2,7 anni sotto la media OCSE, 6 sotto quella italiana. La tecnologia corre, ma non si traduce automaticamente in salute, anzi. Le diseguaglianze sociali sono al massimo storico. Il junk food dal costo relativamente basso compromette la salute di tanti e se ti ammali negli Stati Uniti e non hai un conto in banca milionario sono cavoli tuoi.

Anche i conti pubblici sono tesi. Il Congressional Budget Office prevede per il 2026 un deficit federale di 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8% del Pil, e un debito pubblico destinato a salire dal 101% del Pil nel 2026 al 120% nel 2036. In un Paese con debito alto, sanità costosa e diseguaglianze profonde, sarebbe naturale chiedersi perché non si redistribuisca di più la ricchezza prodotta dalle Big Tech. Perché non tassare gli extraprofitti? Perché non imporre interoperabilità, accesso ai dati, limiti alle acquisizioni?

La risposta è il nuovo ricatto sistemico: se le indeboliamo, perde l’America. Se freniamo Nvidia, Microsoft, Google o Amazon, chi vince la corsa dell’IA? La Cina. Se limitiamo i data center, chi costruisce più rapidamente? La Cina. Se spezziamo i monopoli, chi guadagna scala? La Cina. Così la competizione geopolitica diventa lo scudo del potere privato. Ogni richiesta di antitrust o redistribuzione può apparire come un favore a Pechino.

Qui sta la differenza con la vecchia Italia industriale. Fiat e Alitalia erano protette perché il declino faceva paura. Le Big Tech americane sono protette perché il successo è indispensabile. Non sono aziende da salvare dal mercato, sono aziende da cui il mercato, e in parte lo Stato, dipendono strettamente. Ma quando un’impresa controlla cloud, dati, modelli, piattaforme e infrastrutture cognitive, smette di essere solo un’impresa e diventa potere, e il potere politico perde colpi.

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