Quando ero al liceo negli anni ’80 ricordo molto bene i “madonnari”: si piazzavano sul sagrato del Duomo e lavoravano instancabili sotto il sole cocente, erano poco più che dei vagabondi. Con le amiche di scuola li osservavamo incuriosite, erano davvero bravi. Le loro pregevoli Madonne, fatte con le crete sulla pietra, si sarebbero sciolte nel giro di un temporale e anche i loro autori senza nome avrebbero cercato nuove piazze.
E poi ci capitava di vedere alle volte, bigiando la scuola, intorno al parco Sempione, il mitico C.T. che, writer ante-litteram, scriveva e riscriveva sull’asfalto in vernice bianca i suoi slogan, ad esempio il famoso “Il clero ti uccide con l’onda”, e andava in giro con un carretto e con i suoi tre cani. Era un tipo un po’ pazzesco, molto cupo, che spesso incontravamo, ma mediamente schivavamo un po’ preoccupate. Tutti i milanesi lo conoscevano.
A parte le svastiche, la stella a cinque punte e lo yin e lo yang, di roba sui muri se ne vedeva poca… Ma ad un certo punto è scoppiato il fenomeno dei graffiti, certo niente a che vedere con i graffitisti americani che intanto si erano allenati in metropolitana (che noi quasi non avevamo) e avevano come massimi esempi Keith Haring, ma anche Basquiat.
Comunque era una nuova idea di cultura popolare e voleva rivolgersi ad un pubblico più ampio: la Street Art rifiutava di far parte di una élite, aborriva il cosiddetto mercato, si definiva la voce degli invisibili. Onestamente però i messaggi di “denuncia”, ovvero la sua componente ideologica, non l’ho mai apprezzata, e anche quando è arrivato Banksy, con il suo accento politico finto buonista, non mi ha mai convinto. Mi sembra troppo illustrativo e in sintesi banale. Furbizie. Oltretutto lui ed altri, come Cow, hanno di fatto raggiunto un successo internazionale e assunto posizioni che in passato avrebbero duramente contestato.
Ma in tutto ciò, qualcosa sta cambiando ancora, e lo stile eroico della Street Art non perde forma né vitalità… E ancora continua: rimane un movimento che nasce dal basso, poco considerato dal sistema dell’arte. Nel mezzo, c'è chi prova a seguire la propria strada, com'è il caso di Nemo's, un giovane "invisibile" che lavora in modo elegante e vibrante al tempo stesso, opera in spazi marginali, fabbriche abbandonate, luoghi dimenticati, dove costruisce la sua narrazione, alcune volte violenta altre ironica, ma con quel giusto equilibrio per farsi comprendere dai più e farsi apprezzare dai pochi.
