Il parallelo appare logico: già controlliamo la sicurezza di cibo, medicinali, automobili ed altri prodotti, dobbiamo ben proteggervi anche dai danni da ranocchio elettronico, vero? Sbagliato.
Mentre nel caso dei prodotti alimentari, medicali e di consumo sappiamo cosa controllare, dalla presenza di composti tossici, all’utilizzo di componenti di scarsa qualità, alla verifica dell’effettiva efficacia del nuovo farmaco, qui siamo ignoranti come capre al pascolo. Quali sono i componenti dell’intelligenza artificiale che dovrebbero essere approvati? La capacità di apprendere in modo autonomo da testi, immagini e suoni? Oppure quella di utilizzare induzione, deduzione ed adduzione per creare un nuovo concetto? O, infine, quella di verificare la correttezza ed autorizzazione a prendere una decisione prima di far dei danni?
Ho già vissuto questo vuoto di requisiti ai tempi del lancio dei primi cobot, quei robot che per primi potevano lavorare fianco a fianco con la persona, muoversi insieme a loro. In assenza di regole e standard, il robot di Locus fu progettato con massa e velocità tali che, nel caso sbattesse contro una persona, equivalesse ad un dodicenne, non in grado di far male ad un lavoratore adulto. Nel completo vuoto legislativo quel robot venne messo in vendita, si vide che effettivamente non faceva danni, ed oggi è uno standard di riferimento. Se non proviamo in pratica probabilità, effetto e mitigazione di un rischio, limitarsi ad esercizi teorici finisce per rallentare l’innovazione, a tutto vantaggio dei concorrenti (cinesi) che queste remore non se le fanno e mostrano grande pragmaticità.
Come ho raccontato la settimana scorsa, il lavoro del centro federale per gli standard dell’intelligenza artificiale (Center for AI Standards and Innovation, CAISI), è stato secretato: non ci dicono cosa e come pensano, non spiegano cosa vorrebbero controllare e perché. Bel mistero, ma di sicuro la telepatia non è un modo efficace di comunicare, quindi se continuanano a tenerci al buio, non sappiamo come fare.
In Europa abbiamo visto il tentativo di immaginare e legiferare a prescindere i possibili rischi da intelligenza artificiale, ed il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi prima di sviluppare qualsiasi cosa devi studiare centinaia di pagine e comunque prendere sempre e solo l’opzione meno rischiosa, altrimenti son guai. Adesso Cina ed America hanno un dominio del mercato che è molto difficile rompere per qualsiasi concorrente europeo, con buona pace dei burocrati di Bruxelles, che continuano a vantarsi di quanto sia moderna ed omnicomprensiva la norma sull’intelligenza artificiale.
Come insegna Jeffrey Ding (raccomando il suo libro), le tecnologie generaliste come l’intelligenza artificiale devono essere adottate su larga scala prima che apportino veramente benefici. Quando sentiamo parlare di nuove aziende o organizzazioni AI native (nate artificialmente intelligenti), non possiamo sapere a priori se potranno essere migliori di quelle tradizionali, lo scopriremo solo quando si concretizzino i loro risultati.
Personalmente, affetto da inguaribile ottimismo, credo che nella maggiorparte dei casi l’utilizzo di questa tecnologia sarà positivo e privo di rischi, per la banale considerazione che questo è il caso anche per le altre. Piuttosto, è importante lavorare per fare in modo che alcuni concetti di base vengano consolidati e ripresi da tutti quelli che sviluppano ranocchi elettronici, in pratica.
In primis il fatto che il codice sia, se non completamente, per quanto possibile aperto. A questo punto della nostra storia digitale abbiamo la prova provata, da Linux in poi, che la collaborazione aperta funziona sempre meglio dell’alternativa (Windows), pur patendo in velocità di sviluppo.
In secondo luogo occorre dare maggior importanza agli hacker etici, professionisti il cui unico scopo è attaccare e penetrare le difese di questo o quel sistema, e che ragionano in modo diametralmente opposto a chi crea una nuova applicazione, o circuito, o componente. Abbiamo la prova della validità di questo approccio da Tesla, che da sempre ricopre di soldi qualsiasi persona o azienda che riesca a bucare il loro software, e che così facendo contribuisce notevolmente alla robustezza delle loro soluzioni digitali.
Infine, sarebbe il caso di cessare queste fantasiose divisioni geopolitiche e cercare un’adozione veramente globale in un mercato aperto, privo di inutili sovvenzioni o sanzioni (SS) da parte di questo o quello stato. Questo perché è sotto gli occhi di tutti che ogni SS consente un minimo vantaggio temporaneo, per poi trasformarsi sempre in boomerang per chi l’ha promossa.
