Se devo consigliare una mostra per l’estate, seria ma al tempo stesso elegante e ricca di suggestioni, consiglierei “Bellezza e bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento” alle Gallerie d’Italia, a Milano, fino a metà ottobre. È una mostra interessantissima, perché oltre i capolavori che propone, come ad esempio "La Fornarina" di Raffaello, indaga quel complesso rapporto di forze. Già dalla fine del ‘400 Leonardo contrappone la bellezza dei volti “divini” a quelli deformi o mostruosi. Secondo Leonardo infatti, ma anche per quegli artisti che verranno dopo, la bellezza e la bruttezza sono indissociabili, perché l’una assume il suo senso e anche la sua forza grazie all’altra.
Se infatti ragioniamo su questo, vediamo che il canone estetico varia a seconda delle epoche, ma anche delle culture, e in particolare nella mostra, vengono messi a confronto gli artisti del Rinascimento italiano con i maestri dell’Europa del Nord. La presenza infatti di grandi artisti meno noti qui da noi, come Quentin Metsys e Lucas Cranach ma anche Pieter Brueghel il Giovane, da un valore aggiunto all’esposizione.
Di Brueghel in particolare viene presentato un quadro straordinario, “I proverbi fiamminghi”, già in parte elaborato dal padre Pieter Brueghel il Vecchio a metà del ‘500: l’opera storicamente nota come il Mondo alla rovescia è un incredibile affresco di un villaggio intero che compie azioni insensate e folli. La deformazione caricaturale e i corpi sgraziati dei contadini servono a rendere accessibile e immediata la critica ai difetti umani, unendo la sorpresa della visione grottesca alla riflessione etica. La bruttezza non è quindi solo un dato estetico o una deformazione fisica, ma la trasposizione visiva del vizio, dell'assurdità e del peccato.
Di fatto parte delle anomalie legate a specifiche condizioni mediche come ad esempio l’ipertricosi, nel Rinascimento non venivano interpretate come semplice bruttezza, ma come straordinarie eccezioni della Natura. Ricordiamo il caso della famiglia Gonzales, ma anche il ritratto della donna con le due barbe, di William Key, che rappresenta il cortocircuito perfetto tra l'ideale classico (la grazia muliebre) e il reale. Ciò che colpisce invece è l’aspetto caricaturale della sezione riguardante la bruttezza, perché oltre a qualche evidente deformità, sono appunto i difetti morali a esservi rappresentati. In particolare molti dipinti esibiscono il ridere a bocca aperta, quello sguaiato per intenderci, che è molto difficile da rappresentare pittoricamente, senza farlo diventare appunto caricatura: tutta un'altra cosa rispetto al sorriso appena accennato dei ritratti aggraziati e senza tempo come quello di Lorenzo di Credi della Dama dei Gelsomini o del Botticelli. Insomma una mostra da vedere, e rivedere.
