LA Caverna


La prima emergenza del nostro tempo è la crisi dell'intelligenza

Ogni epoca individua le proprie emergenze. Sono portato a pensare che le sfide decisive attuali siano l'IA, la transizione digitale, le guerre, il cambiamento climatico e la crisi delle Istituzioni. Sono questioni cruciali ma, prima ancora di affrontarle, credo sia necessario interrogarsi su una domanda più radicale: “Chi è l'uomo che dovrà affrontarle?” La vera emergenza è la “crisi dell'intelligenza”, la facoltà di comprendere la realtà, discernere il vero dal falso, il bene dal male, l'essenziale dal superfluo.

L'intelligenza non coincide con l'accumulo delle informazioni. L’abbondanza di dati, conoscenze e strumenti non ha prodotto una crescita proporzionata della capacità di giudizio. Assistiamo spesso a una difficoltà crescente nel distinguere i fatti dalle interpretazioni, le emozioni dagli argomenti, il consenso dalla verità. La tecnologia più che causa di questa crisi ne amplifica gli effetti: favorisce la reazione immediata più della riflessione, l'indignazione più del dialogo, la velocità più della profondità. Poiché gli algoritmi premiano ciò che cattura l'attenzione e non ciò che alimenta il pensiero, anche il dibattito pubblico finisce così per trasformarsi in una successione di slogan, polarizzazioni e giudizi immediati. L’irruzione dell'IA rappresenta una straordinaria opportunità per il progresso umano, ma che cosa resterà propriamente umano quando molte operazioni cognitive saranno delegate alle macchine? Il rischio non consiste semplicemente nella sostituzione di alcune professioni, ma nella progressiva rinuncia all'esercizio personale del pensiero. Una società che delega sempre più funzioni cognitive agli strumenti digitali può diventare paradossalmente sempre meno capace di comprendere se stessa.

La crisi dell'intelligenza, tuttavia, non nasce con la tecnologia ma affonda le proprie radici in un’ampia crisi antropologica. Quando il criterio ultimo delle scelte diventa l'emozione del momento, quando il desiderio sostituisce il discernimento e l'immediatezza prende il posto della riflessione, l'uomo perde progressivamente il contatto con la realtà, la libertà si riduce ad arbitrio e la verità diventa opinione. Le stesse tensioni che attraversano la Chiesa non possono essere comprese solo come problemi organizzativi, disciplinari o comunicativi ma rivelano la profonda difficoltà di esercitare un giudizio spirituale sugli eventi. Il credente può possedere una dottrina corretta e, nello stesso tempo, lasciarsi guidare dalle stesse dinamiche emotive che caratterizzano la cultura contemporanea. La fede rischia di trasformarsi in appartenenza ideologica, mentre il discernimento lascia il posto alla contrapposizione permanente. Per questo motivo la risposta non può limitarsi a nuove strategie pastorali, a riforme strutturali o a una presenza più efficace nei mezzi di comunicazione. Tutti questi strumenti sono importanti, ma diventano insufficienti se non sono sostenuti da una rinnovata educazione dell'intelligenza. 

Il pensiero autentico nasce da una vita interiore ordinata. La “metanoia” evangelica è anzitutto un cambiamento della mente e del cuore. Non esiste vera intelligenza senza silenzio, senza contemplazione, senza studio, senza la pazienza di sostare davanti alla realtà prima di giudicarla. La preghiera stessa non impoverisce la ragione, la libera anzi dalle passioni disordinate e le restituisce la capacità di vedere. «Gli studenti per entrare in contatto con la propria interiorità hanno bisogno di aiuto. E non solo loro. Anche gli educatori rischiano di dimenticare quanto insegnava sant'Agostino: "Non guardare fuori. Ritorna in te stesso. La verità abita nell'uomo interiore".» (Leone XIV) Uno dei drammi educativi del nostro tempo è che molti giovani vivono immersi in una comunicazione continua, ma faticano ad ascoltare se stessi; sono costantemente connessi, ma spesso interiormente soli; abitano spazi digitali affollati e, nello stesso tempo, sperimentano un vuoto che nessuna tecnologia riesce a colmare.

Per restituire dignità alla domanda di senso che abita in noi ci dobbiamo «educare alla vita interiore» e ad «ascoltare l'inquietudine». L'inquietudine non è una malattia da anestetizzare; è il segno che il cuore umano è fatto per qualcosa di più grande. “Il desiderio dell'infinito non è un difetto da correggere, ma la sorgente stessa della ricerca della verità.” (Agostino) Il compito decisivo delle Istituzioni è formare uomini e donne capaci di abitare criticamente la realtà, di sostenere il peso delle domande fondamentali, di non lasciarsi trascinare dalla superficialità dell'istante, di offrire esperienze di silenzio, lettura, dialogo, contemplazione, servizio e preghiera: luoghi nei quali l'intelligenza possa ritrovare profondità. La grande sfida del nostro secolo sarà difendere l’intelligenza come luogo della libertà e della coscienza. Se l’uomo perdesse l’abitudine di pensare, rischierebbe di perdere anche la domanda fondamentale che lo costituisce: quale sia il significato del suo vivere. Solo una rinnovata educazione dell'interiorità e dell’intelligenza potrà ridare alla società uomini che non si limitino a reagire agli eventi, ma sappiano interpretarli e comprenderli, orientando la storia con sapienza. 


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In questo numero hanno scritto:

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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.