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Economia ed elezioni americane

Come abbiamo visto nel numero precedente, le elezioni americane si giocano principalmente su tre s: sicurezza, salute e soldi, con la terza che di solito determina il risultato delle elezioni. Nonostante le inversioni ad U rispetto alle promesse elettorali abbiano depresso i sondaggi del Presidente, i democratici stanno compromettendo la loro posizione sulla sicurezza mentre la salute è pari, quindi la battaglia finirà per essere sull’economia.

“State meglio oggi, o prima?” fu la domanda vincente di Trump durante la campagna contro Biden: riuscì a convincere buona parte dell’elettorato che l’America era stata meglio durante il suo primo mandato, vincendo il secondo. Cosa succede oggi a rifare la stessa domanda?

In questo istante la nostra economia continua ad aggiungere posti di lavoro e la disoccupazione è relativamente bassa al 4.2% di giugno, nonostante altri 800.000 americani siano usciti dal mercato del lavoro. L’inflazione, seppur raffreddata, è ancora un problema per chi fatica a mettere un piatto in tavola e per le piccole imprese, che non riescono a scaricarla sui clienti. Il caro-casa è tra gli argomenti più caldi del momento, con i giovani che non riescono a comprare a causa di mutui e prezzi eccessivi, grazie all’ingessamento del mercato cui hanno contribuito schiere di politici vecchi. A questo si aggiunge una borsa sempre robusta ed una buona crescita economica oltre il 2%, con investimenti in crescita del 8% ed export del 11%.

Per ora le due scommesse più azzardate di Trump, quella delle tariffe e del riportare a casa fabbriche e produzione troppo esportate in Asia in passato, sono vincenti. Le tariffe da un lato hanno preso a sberle l’Amministrazione che ha dovuto restituire $81 miliardi, dall’altro hanno limitato parzialmente il deficit commerciale con la Cina, spingendo investimenti finanziari e specialmente produttivi in America. Il motivo è semplice: nonostante la presenza di Trump, in momenti di incertezza e turbolenza gli USA sono ancora visti come un investimento sicuro, a scapito dei paesi emergenti.

Per quanto riguarda la produzione, dall’automotive al tecnologico sono tante le aziende rientrate a casa, e quelle straniere che crescono qui, specie europee, coreane e giapponesi. TSMC, leader incontrastato dei chip, finora ha investito $235 miliardi in fabbriche americane: cifra ingente e lavori di alto livello, ben pagati quando non svolti da un robot. L’indice PMI a 55.1 ci dice che tutto il settore industriale è baldanzoso ed in crescita, un ottimo risultato.

Dal 5 dicembre 1791, quando Alexander Hamilton con il suo “Report on manufactures” (rapporto sulle produzioni) spinse l’America a trasformarsi da economia agricola ad industriale, la produzione crebbe fino ai primi anni 80, quando riduzione del costo del lavoro e vicinanza ai clienti internazionali portò all’offshoring, riducendo i lavoratori da oltre 20 a 17 milioni nel 1985. Oggi siamo a 15 milioni di lavoratori, che ovviamente producono molto di più se pensiamo a tutto l’investimento in automazione e tecnologia che c’è stato nel frattempo. La stima del valore aggiunto dai lavoratori della produzione americana è tra tremilacinquecento e quattromila miliardi di dollari, solo per il primo trimestre: son soldi.

Finora la bolla IA s’è parzialmente sgonfiata, e siamo al momento topico in cui i modelli cinesi hanno raggiunto le performance migliori di quelli americani, mentre su chip e GPU l’America è ancora in vantaggio. Alcune aziende possono integrarsi verticalmente con strategie monopsonistiche, altre devono per forza puntare sul software aperto. Musk ha azzeccato la scommessa, producendo profitti a palate con un mix di batterie e di maxi-datacenter che sta affittando a peso d’oro.

In conclusione, Trump potrebbe portare a casa il punto dell’economia, se da un lato riuscisse ad evitare crolli della borsa e dei fondi pensioni, e dall’altro se desse una parvenza di aiuto concreto su inflazione e caro casa. Con tutto quanto ha fatto per la lobby petrolifera, possiamo immaginare che questa acconsenta a ridurre i prezzi dei carburanti, come pure la lobby farmaceutica possa ridurre il prezzo dei medicinali pur di tenerselo al potere. Se poi l’AIPAC non pretendesse più miliardi dei contribuenti per le campagne di Palestina e Libano, la vittoria alle mid-term sarebbe a portata di mano.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.