La risposta è racchiusa in un capolavoro paradossale: l’Ottetto in Mi bemolle maggiore op. 103, composto nel 1792 (ma pubblicato nel 1834).
A ventidue anni Beethoven ricopriva il ruolo di musicista alla corte del Principe Elettore Maximilian Franz di Bonn che adorava l’Harmoniemusik, la tipica formazione di fiati composta da due oboi, due clarinetti, due corni e due fagotti, abitualmente impiegata durante ricevimenti e cerimonie di corte per allietare gli ospiti con pagine brillanti, leggere e rigorosamente disimpegnate.
L’Ottetto beethoveniano rispetta formalmente i canoni della Tafelmusik: quattro movimenti fluidi e un’atmosfera generale di indubbia piacevolezza.
Tuttavia Beethoven non è mai stato un compositore capace di “rimanere sullo sfondo”. Fin dalle prime battute dell’Allegro si avverte che qualcosa di diverso c’è: strumenti come il fagotto e il corno, nella Tafelmusik solitamente utilizzati in un ruolo di accompagnamento, qui rivendicano una veste solistica straordinaria.
A emergere sono anche improvvisi contrasti dinamici e tensioni armoniche che dovettero far sobbalzare più di un nobile con la forchetta a metà strada.
Nel terzo movimento, il tradizionale e aristocratico Minuetto presenta un’energia ritmica che già prefigura il tipico Scherzo beethoveniano. Insomma, l’Ottetto non è più un semplice accompagnamento per la buona tavola ma musica che pretende di essere ascoltata, non solo sentita.
A dimostrazione della ricchezza di questa composizione, pochi anni dopo la sua stesura lo stesso Beethoven ne realizzò a Vienna una radicale rielaborazione, dandole nuova vita nel Quintetto per archi op. 4.
Nel tempo l’Ottetto op. 103 ha perso la sua funzione originaria di “colonna sonora da banchetto” per trovare la sua naturale collocazione nelle sale da concerto. Ascoltarlo oggi significa fare un viaggio affascinante alle radici del mito beethoveniano lasciando che sia la musica, alla fine, a divorare tutto il resto.
