È “La valse” di Maurice Ravel, poema coreografico andato in scena la prima volta come balletto cento anni fa, il 2 ottobre 1926, all’Opéra Royal Flamand di Anversa.
La storia della composizione era però cominciata molto prima. Ravel aveva lavorato alla partitura tra il 1919 e il 1920 ma la sua genesi fu segnata da una frattura celebre. Sergej Djagilev, leggendario patron dei Ballets Russes, ne aveva commissionato la musica ipotizzando un’apoteosi del valzer viennese. Tuttavia, all’ascolto del lavoro Djagilev lo rifiutò categoricamente, definendolo un capolavoro di orchestrazione ma “non un balletto, bensì il ritratto di un balletto”. Ravel, ferito dall’affronto, interruppe ogni rapporto con l’impresario.
Il brano fu quindi presentato in forma orchestrale, in concerto, e servirono sei anni prima che la partitura arrivasse sul palcoscenico di Anversa.
A distanza di un secolo, l’anniversario ci porta a riascoltare il valzer di Ravel non solo come irresistibile pagina orchestrale, ma come una danza sospesa tra splendore e vertigine. Dietro l’apparente eleganza si muove infatti qualcosa di inquieto: c’è chi ha sentito nei suoni de “La valse” i segni della Prima guerra mondiale, interpretazione che Ravel ha sempre tenuto a sfumare, ma che l’ascolto rende difficile ignorare. L’opera si apre con un pulsare sommesso dei contrabbassi, accumula tensione mentre affiora la melodia sfolgorante e sensuale; il crescendo ritmico, i glissandi dei tromboni e le dissonanze dell’orchestra sembrano condurre l’aristocratico ballo verso un vortice autodistruttivo. Un valzer che, mentre continua a girare, sembra presagire la propria fine, metafora di una Belle Époque avviata al tramonto.
“La valse” rimane una pietra miliare della musica del Novecento, un poema coreografico che si può leggere anche come il ritratto di un’epoca che continua a ballare sull’orlo del proprio abisso.
