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Strumentalizzazione del divino e crimini umani: il vate Calcante nelle "Troiane" di Seneca

Uno degli spunti di indagine più interessanti tra quelli offerti dalle Troiane di Seneca riguarda la problematica interazione tra divino e umano, nella fattispecie le modalità con le quali l’uomo si appropria della volontà divina. La tragedia presenta, in particolare, due diverse tipologie di strumentalizzazione e manipolazione del divino dinanzi a crimini umani.

Il secondo atto delle Troiane è occupato dalla diatriba tra Agamennone e Pirro circa il destino della giovane Polissena, reclamata in sacrificio dal fantasma di Achille. Pirro, rappresentazione del furor bellico, sostiene la necessità della morte della fanciulla. Agamennone, dall’altra parte, tenta di opporsi. La disputa tra i due si spegne con l’arrivo di un personaggio solo apparentemente marginale: il vate Calcante. È Agamennone stesso a chiamarlo.

Al responso di Calcante Agamennone affida il destino di Polissena. Filippo Amoroso nota che l’invocazione a Calcante (vv. 352 ss.) ricorda stilisticamente l’elogio a Epicuro contenuto nel lucreziano De Rerum Natura (I, vv. 62-79) . Si tratta, evidentemente, di un richiamo non casuale. Nel condannare l’uso della religio quale giustificazione di atrocità e crimini, l’insegnamento di Seneca nutre profonde affinità con il razionalismo dell’epicureo Lucrezio. Come sottolinea Amoroso, Agamennone, lungamente ritenuto dalla critica esempio di un bonus rex, è invece rappresentazione caricaturale di un potente meschino, incapace di imporsi e di opporsi al crimine, disposto, anzi, a nascondersi dietro il paravento deresponsabilizzante offerto dal divino . In aggiunta, occorre ricordare che l’episodio drammatizzato da Seneca non rappresenta l’unico caso di intervento di Calcante nelle vicende personali e politiche di Agamennone.

Per permettere la partenza delle navi per Troia, Agamennone, su spinta di Calcante, aveva acconsentito al sacrificio della propria stessa figlia Ifigenia, una nefandezza che, con non poca ironia, è più volte ricordata nel senecano dialogo tra Pirro e Agamennone. Sul caso di Ifigenia è dunque modellata con grande evidenza la sorte di Polissena. Se già l’impostazione stilistica del passo rivela un dialogo tra Seneca e Lucrezio, questo incontro diviene ancora più evidente proprio nel sottotesto offerto dalla morte di Ifigenia. Il sacrificio della fanciulla costituisce, del resto, proprio l’esempio attraverso cui Lucrezio, nel De rerum natura, denuncia le atrocità alle quali può condurre la religio (I, vv. 80-101).

Il dialogo tra Pirro e Agamennone sopra citato non è l’unico passo delle Troiane nel quale compare Calcante. Il vate viene infatti menzionato anche da Ulisse nel terzo atto della tragedia. Intenzionato ad uccidere Astianatte per evitare che questo possa in futuro vendicare la sconfitta dei troiani, Ulisse affronta Andromaca e le chiede il bambino. Dinanzi alla drammatica reticenza della donna, che ha precedentemente nascosto il figlio nella tomba di Ettore, Ulisse fa ricorso all’arma già usata da Agamennone: il responso di Calcante (v. 533, v.749).

Come, secondo Calcante, il sacrificio di Polissena è indispensabile perché le navi possano salpare da Troia, così, a detta di Ulisse, il fato vuole la morte di Astianatte. Occorre sottolineare due aspetti di questo nuovo ingresso di Calcante. In primo luogo, è necessario ricordare che quello di Calcante non è, effettivamente, un reale ingresso in scena. A differenza di quanto accade con Agamennone, infatti, in questo momento della tragedia Calcante non compare, ma le sue presunte parole vengono riferite da Ulisse. Presunte parole, si è detto, poiché della loro reale pronuncia non vi è effettivamente alcuna prova. Esse, anzi, appaiono piuttosto una astuta trovata di Ulisse . La necessità della morte di Astianatte trova infatti una spiegazione sufficiente nella logica politica della vendetta e della prevenzione di una futura rinascita di Troia. Il richiamo al volere divino risulta, dunque, solamente strategico.

La natura delle parole di Calcante costringe inoltre a discutere della funzione delle stesse nelle dinamiche del dialogo tra Ulisse e Andromaca. Si tratta del secondo dei due aspetti degni di nota. Se, infatti, nel secondo atto Calcante è usato da Agamennone come schermo deresponsabilizzante, non è questa la funzione assunta dal vate nel terzo atto. Ulisse non è il vile Agamennone, incapace di farsi valere su Pirro. La menzione di Calcante rientra nell’acuto e macchinoso piano di sopraffazione che Ulisse perpetua ai danni di Andromaca. Dal momento che la spiegazione della necessità politica dell’omicidio non sortisce nella donna l’effetto da Ulisse sperato, l’utilizzo strategico della (fittizia) motivazione religiosa è, nel progetto di Ulisse, valido mezzo di pressione psicologica.

Ma la strategia di Ulisse non è esente da smascheramento. La scaltra Andromaca con disperato sarcasmo mette in luce la vera natura dei fatti: Ulisse, che vince i nemici solo con l’astuzia e con la malvagità della mente, ora si fa scudo di un vate e di dei che non hanno alcuna responsabilità. 

Alla luce del già citato atteggiamento di Seneca nei riguardi dell’uso strategico della religio, è possibile cogliere nelle parole di Andromaca un’amara nota di condanna: condanna di Ulisse, ma anche di Agamennone, condanna di chi si sostituisce al divino o dal divino si fa sostituire nella pianificazione, nel compimento e nella giustificazione di crimini che restano, invece, puramente umani.

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Bibliografia

Seneca, Le Troiane, Mondadori, Milano 2019

Filippo Amoroso, Seneca uomo di teatro? Le Troiane e lo spettacolo, Palumbo 1984


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