Al proposito, il prof. Paolo Pagani dell'Università di Venezia Ca' Foscari ha rinnovato l'antico senso della concordanza tra pensiero ed essere e messo in guardia dalle storture di una mentalità che esclude la metafisica nel nome del tecnicismo, derivato da un empirismo riduzionista. Io, invece, ero incaricato di ricordare e di presentare criticamente il pensiero di Benedetto XVI al riguardo. I due discorsi di riferimento per questo compito sono quelli celebri di Ratisbona (2006) e, ancora una volta, di Parigi (2008).
Secondo BXVI, la fede cristiana parla innanzi tutto alla ragione e quindi alla filosofia, e non al sentimento o all’emotività. I padri della Chiesa si sono rivolti non tanto alla religione, anche se allora, come oggi, ce n’erano alcune molto organizzate e sofisticate, quanto piuttosto alla filosofia del loro tempo, quella greca. Per questo, il discorso di Pagani, fondato sulla logica aristotelica in cui essere e pensiero si accordano intrinsecamente, può essere difeso. Infatti, BXVI ricalcava a Ratisbona che la fede non solo può, ma deve essere detta nei termini dei greci. Il cristianesimo è un evento sorto in una certa epoca e che ha assunto i termini culturali di quell'epoca. Il pensiero greco è dunque consustanziale alla fede cristiana, che non può né deve essere de-ellenizzata.
Ma non è tutto qui. BXVI diceva che, d’altro canto, occorre allargare la nostra concezione di ragione, cioè non intenderla in modo riduttivo, priva del rapporto con l'essere, ma tale apertura deve essere pensata in termini attuali. Come i padri della Chiesa hanno dialogato con la filosofia e la scienza del loro tempo, così bisogna fare oggi. BXVI, nel discorso al Collège des Bernardins di Parigi, ha provato a identificare un modo nuovo di unire fede e ragione. Lo ha fatto richiamando il monachesimo antico e le sue varie attività costitutive: pregare, leggere insieme, cantare, lavorare. In esse si ha un riconoscimento molto contemporaneo della razionalità dell’azione e della corporeità, quello che oggi si chiama pensiero “embodied”. Se BXVI avesse conosciuto il pensiero matematico e filosofico attuale, avrebbe potuto dire che si ragiona non solo in modo analitico, ma anche in modo sintetico: si ragiona anche compiendo azioni che portano un significato, o “gesti”. Era quanto avevano intuito la logica dei grafi esistenziali di Charles Sanders Peirce a inizio Novecento, la filosofia della matematica di Jean Cavaillès a metà del secolo scorso e la prospettiva matematico-culturale di Fernando Zalamea al giorno d’oggi. Ma è una direzione generale della filosofia attuale, anche nei campi fenomenologico, ermeneutico e cognitivo. La dimensione corporea e quella comunitaria tendono ad allargare le nozioni antiche di matematica e logica e propongono anche nuovi orizzonti per il rapporto tra queste discipline e la particolare conoscenza espressa dalla fede. In fondo, sono tutti modi nuovi di pensare le questioni antiche, e vale la pena cercarli e studiarli.
