Steinbeck ci teneva a dire che questo “est” non vuol dire necessariamente “lontano”. L’idea generale è che, sebbene fuori dall’Eden, ciascuno di noi può decidere se rimanere vicino o lontano. Si rimane vicini se si accetta la vita, così come viene, errori inclusi. Si finisce lontani se si vuole inseguire idee, progetti, sogni a tutti i costi, soprattutto al costo della violenza, di qualunque genere e intensità. Non solo, si può anche tornare dalla lontananza alla vicinanza, se si accetta anche la violenza. In fondo, anche nella vicenda biblica, Caino non viene ucciso per aver ucciso Abele e da lì nasce una storia che è anche una storia di grazia.
La valle dell’Eden non è un romanzo perfetto: i personaggi sono troppi e alcuni si perdono, mentre altri appaiono per troppo poco tempo senza essere rilevanti; lo svolgimento della storia è a volte troppo lento e altre troppo veloce. Eppure è un bel libro, che fa sentire la voce e il fascino dell’America profonda. Sono così gli Stati Uniti: un posto duro da vivere, spesso fatto di persone solitarie, di idee radicali, di beni e mali visibili a occhio nudo. Ma è anche la terra del coraggio delle scelte, di un’idea profonda di libertà dove si sa che gli esseri umani possono decidere se andare più o meno lontano dal Paradiso terrestre.
Curiosamente, il personaggio che sceglie il male più di tutti gli altri, Kate, è solo scelta. In modo molto significativo, non si spiega perché scelga il male, né se ne dà alcuna motivazione psicologica o storica. Kate fa il male perché vuole farlo. Non c’è alcun antecedente che lo spieghi o lo giustifichi. Nell’America profonda non esiste il concetto dei maestri del sospetto europeo, secondo cui c’è sempre un background economico-sociale (Marx), morale (Nietzsche) o psicologico (Freud) che alla fine non permette di fare diversamente. Per Steinbeck, come per tutta la letteratura classica americana, tutto ciò non conta: contano ciò che si decide di fare e le conseguenze delle azioni. Si potrà sempre rimediare, rifare, rivedere, ma ciò che si fa, e non ciò che si pensa in virtù dei propri antecedenti, è il centro della vita. Non c’è nessuna decisione che non conti e nessuna che non sia responsabile. Di tutto si risponde fin da subito, perché gli atti hanno conseguenze: su queste si è subito giudicati dalla realtà e in futuro si verrà giudicati da Dio.
È il bello e il brutto del calvinismo che ha creato e dato forma agli Stati Uniti, anche in chi si sente lontano dalla religione. Steinbeck riporta fedelmente, nel bene e nel male, questa tradizione dando il senso della durezza ma anche della passione che l’America, come la chiamiamo noi per definizione, suscita in coloro che ci vivono senza pregiudizi.
