L’inizio della sua avventura pittorica, negli anni Ottanta, è legato, quasi per destino, all’opera. Come ha ricordato Nicoletta Mantovani in occasione della mostra “Vincerò”, 2026: “Una notte di pensieri lo ha tenuto sveglio ma lo ha spinto a prendere colori e pennelli; una decisione scaturita dopo che un fan gli aveva regalato un set di colori, a seguito di una rappresentazione di Tosca…” l’opera pucciniana nella quale Pavarotti interpretava il pittore Cavaradossi.
Big Luciano si divertiva a sperimentare attraverso la pittura, caratterizzando le sue tele con colori intensi e luminosi, forti contrasti cromatici e pennellate dense. Non a caso la Fondazione che porta il suo nome sottolinea il rapporto tra la tavolozza vivace e la personalità solare del tenore.
Che cosa dipingeva? Soprattutto paesaggi, fiori, nature morte e scorci urbani; tra i dipinti conservati alla Casa Museo troviamo tele che raccontano i luoghi della sua vita: l’Italia, il mare, le città americane. Proprio a New York nel 1986 Pavarotti espose per la prima volta i suoi lavori segnando così il suo debutto ufficiale nel mondo delle arti visive. Non si trattò di una mostra personale ma di un evento collettivo: il Maestro decise infatti di presentare una selezione dei suoi dipinti accanto alle opere di altri artisti nativi di Modena, la sua amata città natale.
L’evento attirò la curiosità del pubblico e l’attenzione di media e critici.
Luciano Pavarotti continuò a dipingere, sempre firmando le sue tele con lo pseudonimo LUPA, costruito con le iniziali del suo nome. Un piccolo segno d’autore che oggi ci restituisce un’immagine meno conosciuta del grande tenore: quella di un uomo che affidava alla pittura emozioni e ricordi.
Le sue tele possono essere guardate come un diario visivo. La stessa energia che nella voce diventava canto, sulla tela diventava colore.
