Vorrei ricordare com’era il mondo filosofico occidentale di allora. Esisteva, dal secondo dopoguerra, una divisione profonda tra filosofia analitica anglosassone e filosofia continentale, cioè europea. La prima, che aveva occupato e ancora occupa la maggior parte delle cattedre statunitensi, era nata dai neo-positivisti tedeschi e austriaci in fuga dal nazismo, e cercava di risolvere problemi di conoscenza e di linguaggio imitando lo stile delle cosiddette scienze dure o esatte, come la matematica o la fisica. L’altra, largamente maggioritaria in Europa, si appoggiava sull’ermeneutica, la filosofia dell’interpretazione, nata da Heidegger e poi sviluppata da autori celebri come Gadamer, Derrida, Vattimo, Rorty. Visto che la prima rifiutava di occuparsi di questioni di significato esistenziale, morale, religioso, l’ermeneutica ne era diventata padrona quasi assoluta.
Nel frattempo, i suoi autori più conosciuti l’avevano radicalizzata fino a sposare una lettura estrema e nichilista. Se, come diceva Nietzsche, i fatti sono sempre interpretazioni, non esistono valori assoluti e ultimi e – a pensarci bene – forse tali valori non esistono affatto. Il che spiega il loro progressivo sfaldarsi nella società che, senza di essi, diventerà meno violenta, più aperta e inclusiva, sfociando finalmente nel sogno del multiculturalismo. Richard Rorty, nel suo libro del 1982, sosteneva che, mentre si erano scoperte cose interessanti a partire dalla fisica e dalla chimica, non se ne erano scoperte riguardo alla Verità e alla Bontà (con maiuscola) e che, dopo tanti secoli, forse sarebbe stato meglio “cambiare discorso”, parlare d’altro. Con un ultimo giro di vite radicale, qualcuno si avventurava a dire che forse non c’era neanche nessuna realtà di riferimento.
La filosofia analitica scientista e quella ermeneutica erano unite da un rifiuto radicale della metafisica, cioè del pensare una realtà più ampia e profonda di quella che si vede, si tocca, si sente e si interpreta. Quando nel 1995 avevo presentato la tesi di laurea, la commissione mi aveva chiesto, dopo un’ora di discussione, se volessi fare una nuova metafisica. Alla mia risposta positiva, il commento era stato che era un tentativo impossibile perché era un tema superato, cioè fuori moda.
Poi gli aerei entrarono spettacolarmente e tragicamente nelle due torri. Parlarono di concezioni politiche, di scontri di civiltà, piuttosto che di nuove povertà, e pochi si curarono della filosofia. In realtà, da allora in poi la koiné ermeneutica si ruppe. Se ogni interpretazione è equivalente, che cosa dire dell’interpretazione di chi vuole distruggere le interpretazioni altrui? Quando “l’essere per la morte” diventa un sentimento e un’ideologia giustificatori, come rivendicarono anni dopo i terroristi della stazione di Atocha (2004), devono essere accettati?
Forse la filosofia non cambiò quel giorno ma di certo negli anni successivi la filosofia mondiale prese una svolta “realista”, già anticipata da alcuni suoi autori più avveduti. In Italia, per esempio, Eco e Ferraris parlano di realismo dalla fine degli anni ’90. L’ermeneutica e il multiculturalismo finiscono in soffitta, con i loro pregi e difetti. Torna di moda anche la metafisica, sebbene in chiave analitica. In generale, si afferma un realismo che poi assumerà i toni di un nuovo scientismo epistemologico e di un rigido moralismo nella cultura woke, tanto da far rimpiangere un po’ di libertà interpretativa. Coloro che difendevano un minimo di realismo negli anni ’90 si trovano poi a richiedere un minimo di libertà di interpretazione nel secondo decennio del 2000.
Alle celebrazioni del venticinquesimo da quell’11 settembre siamo travolti dai problemi dell’intelligenza artificiale e dai suoi rischi, nonché da guerre che invadono tutto il mondo, e tutta questa storia sembra relegata nel passato, inclusa la cultura woke dichiarata ora una “follia” dai suoi stessi promotori di dieci anni fa. Ma è importante sapere che cosa è accaduto, per capire chi siamo, anche dal punto di vista culturale.
