Qualche giorno fa passando dai Navigli, zona che fu “mia” per quasi trent’anni, cioè il tempo in cui fu lì il mio studio, il Libraccio di via Corsico a Milano proponeva un punto outlet di libri Adelphi, con libri vecchi e nuovi. Nel perdermi tra gli scaffali ho trovato un delizioso libretto dal titolo “Linee” del 1981, scritto da Fausto Melotti, il grande scultore (Rovereto 1901 - Milano 1986), che mi ha affascinato e che dunque ho preso. Non ne conoscevo l’esistenza. Adoro gli scritti degli artisti, perché generalmente sono talmente onesti da sembrare quasi scortesi e hanno un modo tutto particolare per raccontare la loro idea dell’arte. Mi sono trovata davanti un mix eclettico di aforismi, pensieri sulla scultura, sulla musica, considerazioni tecniche, ricordi d’infanzia, poesie, aneddoti, in una visione davvero poliedrica, come del resto lo fu la sua produzione artistica.
Conoscendo le sue opere, piccole e grandi, così aeree, mi aspettavo da parte di Melotti però un approccio più delicato, più riflessivo, invece no: scopro un uomo il cui sguardo è vivo e presente, nelle cose. Critico con una certa mondanità del mondo dell’arte, in cui “l’opera d’arte esprime gli incerti stati d’animo in un linguaggio o elementare balbuziente o quasi incontrollato o peggio, baldanzosamente rotto in un sensibilismo che vorrebbe essere crudele e alla fine si rivela soltanto evasivo”, o anche con il l’umanissimo sogno di voler fare bene ma impietosamente “Pensi di vivere seminascosto in covone per saltar fuori al momento opportuno e mettere tutti in fuga. Sei solo un povero pagliaccio, un sognatore, un debole che, al posto di fare, si trova pago al pensiero di fare”. Riflette sulla vita, sul diventar vecchi, sulla malinconia come fonte d’ispirazione, sul sentimento dell’arte. “L’artista deve avere un credo, ma, penso, lo “deve” anche tradire. Altrimenti, prigioniero del suo tabernacolo, si vede consegnato a un equilibrio indifferente, come una palla su un piano perfettamente orizzontale. La palla vive quando rotola in basso o è lanciata in aria” .
Il linguaggio nel testo è sempre di grazia sottile, come le sue opere: una delicata ironia lo tiene vibrante, ma con bagliori improvvisi di poesia, di lirismo, che hanno la stessa leggerezza o meglio levità delle sue sculture, il cui vuoto è così presente, anzi protagonista.
