In particolare il capitolo sulle Masse aizzate, perché sono tra le più antiche forme di massa: ricalcano infatti la più remota unità dinamica, la muta di caccia. Tra le specie di morte decretate verso il singolo, una è l’espulsione, che crea la solitudine: fraternizzare con il soggetto significa contaminarsi e divenire colpevoli. La seconda è l’esecuzione pubblica. Oramai nessuno più assiste direttamente alle uccisioni collettive o alle teste tagliate ma, dice Canetti , rimangono i giornali, dove dimora tra il pubblico una massa aizzata più moderata, anche se più irresponsabile data la lontananza dagli avvenimenti. Non è più necessario scomodarsi, del resto.
E così che ho vissuto quest’anno, con addosso un’onta, e così tanti amici come me, che si considerano democratici, liberali. Non si riesce a parlare con nessuno apertamente. Per questo motivo, quando mi è stato chiesto se avevo delle idee per la prossima Giornata Europea della Cultura Ebraica, il cui tema quest’anno era l’amore, in tutte le sue forme, ho deciso di partecipare con una mostra “Eden”, che inaugurai a Tel Aviv nel 2014. È un sogno di un modo nuovo, in un periodo di difficile, ostinata e allegra rinascita: è il periodo dei pionieri scuriti dai lavoro nei campi, una mano sull’aratro e l’altra sui libri. È messaggio di pace e di speranza.
Il programma della Giornata, che si svolgerà domenica 6 settembre tra la sinagoga di via Guastalla a Milano e il Teatro Franco Parenti, è particolarmente sentito da tutti. Rav Alfonso Arbib con Lucetta Scaraffia e Gadi Luzzatto Voghera, moderati da Paolo Salom, parleranno del Dio dell’amore e quello della giustizia: la tradizione ebraica non li separa, senza questa dialettica il modo non potrebbe sussistere. Vi sono poi le interpretazioni del Libro di Ruth, la sposa moabita che diventa parte del mondo ebraico e dalla cui stirpe nascerà il Re Davide, a cura di Levi Shaikevitz. Nella seconda parte della giornata si inizierà con la lettura del grande poeta Yehuda Amichai, precisamente le sue poesie d’amore, così forti, intense e rivoluzionarie per poi concludersi con “Per amor del cielo (!)” tratto da un testo di Anat Gov, drammaturga israeliana recentemente scomparsa, con la regia di Andrée Ruth Shammah: si narra di un Dio triste e depresso per la mancanza dell’amore umano, che va a chiedere soccorso ad una psicanalista. Shammah amplifica l’argomento inserendo il “Cantico dei Cantici” delle antiche scritture: un’opera sull’amore, come fonte della vita e della religiosità ebraica, in un momento in cui l’antisemitismo ritorna legittimato nella sfera pubblica.
