L’intelligenza artificiale ha messo il turbo all’indipendenza professionale di giovani, adulti e vecchietti, che senza bisogno di essere seguiti da programmatori professionisti ora possono dare sfogo alla propria immaginazione da imprenditore. Sicuramente ha reso possibile uno scenario fino a prima difficile da praticare, quello di gestire un portafoglio di lavori diversi; non solo due, ma tre, quattro, cinque, il cui vantaggio non è il reddito complessivo, ma la riduzione del rischio di essere licenziati. Gli amici economisti dicono che ad aumentare il lavoro di tanti saremo tutti a guadagnarci: mi sembra più una pia speranza che la logica conseguenza di concetti affermati, ma gli lascio il beneficio del dubbio.
Nell’ultimo anno in America s’è raggiunto il più alto numero di imprenditori di sempre, quasi 17 milioni, che creano circa 600.000 startup l’anno: la stragrande maggioranza avrà difficoltà ad arricchire il padrone e solo il 51% è ancora in funzione dopo cinque anni. A questa crescita ha anche contribuito la diffusione del lavoro da remoto post-Covid: in tutto il mondo chi non ha un capo sul collo può facilmente fare un secondo o terzo mestiere. In ogni caso è proprio l’intelligenza artificiale che negli ultimi due anni ha messo il turbo a chi vuol fare da sé, andando a supportare non solo nello sviluppo del prodotto o servizio, ma anche in tutte quelle attività amministrative per cui in passato occorreva pagare fior di quattrini per professionisti, che oggi si trovano solo più a validare quanto fatto dal ranocchio elettronico. Contratti, fatture, presentazioni, cataloghi sono tutti esempi di documenti producibili senza sforzo con l’IA.
Per me, che da anni assisto nuove startup tecnologiche ad emergere, questo trend ha due risvolti: dal lato positivo, il fatto che oggi puoi produrre una nuova applicazione e metterla sul mercato, iniziando ad affinarla sulla base dei pareri dei clienti e magari anche a guadagnare, quasi senza necessità di finanziamenti. Questo significa trovarmi di fonte aziende che hanno già un robusto riscontro di mercato e su cui quindi è più facile scommettere, perché so se l’idea funziona o meno. Da quello negativo, noto che molti giovani si buttano a pesce, convinti del merito tecnico del loro sviluppo ma non abbastanza focalizzati su quale obiettivo vanno effettivamente a risolvere. Troppo spesso sviluppano una soluzione in cerca di un problema, non il contrario, e proprio per il fatto di non aver bisogno di molti fondi continuano a perder tempo prezioso, facendo sacrifici inutili.
Per utilizzare correttamente questo strumento occorre una base pratica e “manuale” di gestione aziendale, in modo da sapere poi bene come sfruttare al meglio il ranocchio elettronico. Pochi giorni fa ho concluso un’analisi di mercato di 68 pagine sull’automazione industriale, e l’ho fatta a mano: solo dopo l’ho data in pasto ad un modello di frontiera per tirarne fuori una presentazione riassuntiva ben fatta in meno di dieci minuti. Al contrario delegare al ranocchio elettronico di fare qualcosa di nuovo, che non conosciamo bene, è quantomeno imprudente. I primi risultati delle grandi aziende che hanno provato a dare interi gruppi di sviluppo in mano all’AI sono deludenti, la persona rimane sempre al centro dello sviluppo del prodotto.
