Le stime sono solo sussurrate e subito rinnegate, ma molti parlano di 600 soldati americani morti in Iran, mentre sul fronte Ucraino il valoroso lavoro dei media mainstream non regge il confronto con i missili russi. Due grane che si mescolano in un grosso problema: tra lobby guerrafondaie con relativi fidi collaboratori, e lobby commerciali pronte a vendere l’anima al diavolo pur di negoziare un affare e chiudere i due conflitti, la squadra del Presidente litiga.
Troppo spesso Trump si trova a contraddirre i suoi primi riporti, da Vance, a Rubio, a tanti altri che forse non riescono a seguire i suoi repentini cambi di direzione. In America siamo abituati a perdere mercenari: sono ex-truppe speciali, dai Seals, ai Ranger, ai Delta, che di fronte ad ingaggi molto ben pagati lasciano la divisa per continuare ad uccidere il nemico di turno, protetti dalla CIA. Sono i mercenari che eseguono le missioni più pericolose, e mentre vedove ed orfani hanno un futuro garantito, i nostri media chiudono un occhio, tanto son “contractor”. È per questo motivo che la notizia subito smentita di 600 soldati caduti fa saltare i giochi: se confermata, bisogna fermare il paese, fare funerali cerimoniosi, riempire le autostrade e vie cittadine di bandieroni, e cascherebbe la narrativa che noi in Medio Oriente non perdiamo nessuno. Logica vorrebbe togliere soldati, contractor, navi ed aerei dal teatro del conflitto, riportare tutti a casa come chiedono sempre più americani, sempre a più alta voce.
Ma questo significherebbe essere sconfitti da quelli che comandano l’Iran: se già è una vergogna infinita perdere coi Russi, figurati con il regime degli ayatollah. Il secondo nodo rasta al pettine del Presidente si trova nell’economia domestica: come anticipato a lungo nella rubrica digitale, la bolla dell’intelligenza artificiale comincia a far danni. All’improvviso l’America scopre che le sue aziende, ricercatori e studenti usano con profitto i modelli di frontiera cinesi, ad un decimo del costo dei vari Anthropic ed OpenAI, il cui valore pre-IPO s’è ormai sgonfiato come un pallone azzannato.
Anche nel mondo degli investitori cominciano piccole e rumorose crisi, a partire dal ragazzino ultra-mega-ricco che convinceva tutti ad investire in IA, ed ora è costretto a svendere a Citadel e ritirarsi al mare. Anche qui Trump è messo male: Amodei ed Altman vorrebbero bloccare i cinesi, qualcun’altro tentenna per non offendere, ma il grosso dell’economia e delle altre aziende della filiera ha capito che l’IA è commodity, non c’è nessun primato da difendere. Anche in altri settori industriali, dalle automobili alle apparecchiature elettriche o medicali, è fuori di dubbio che l’automazione cinese ha raggiunto il gradino più alto del podio. Un amico appena tornato dalla Cina ha dovuto usare il flash per fotografare nelle fabbriche, perché sono buie, sguarnite di qualsiasi essere umano, completamente robotizzate.
Tutti capiscono che sanzioni e sovvenzioni sono veramente anti-Americane, oltre che inefficienti, e consumatori ed aziende cominciano a pensare che commerciare con la Cina non sia poi così male per il proprio portafoglio. Non a caso il deficit commerciale con la Cina continua a peggiorare, in barba ai proclami, divieti e starnazzi dalla Casa Bianca, che non spaventano più nessuno.
