Tecnosofia


IA in affitto o di proprietà: il lavoro cambia comunque

Alex Karp, CEO di Palantir, ha rilanciato nei giorni scorsi una domanda destinata a diventare centrale: un’impresa può affidare a pochi grandi provider non solo i propri dati, ma anche il sapere che la rende diversa dai concorrenti? La risposta potrebbe essere una nuova generazione di IA “sovrane”, aziendali o personali: modelli e agenti che lavorano sui dati dell’organizzazione senza disperderne know-how e vantaggio competitivo. 

È una prospettiva vicina a quella che ho proposto in Alleati digitali: l’IA come compagna cognitiva, ma sotto il controllo di chi la usa.

Che l’intelligenza artificiale venga però “affittata” da OpenAI, Google o Anthropic, oppure custodita dentro l’azienda, una cosa non cambierà: il lavoro verrà trasformato profondamente. L’ILO stima che un lavoratore su quattro nel mondo svolga una professione in qualche misura esposta all’IA generativa. Nei Paesi ricchi la quota sale a circa uno su tre. Le mansioni amministrative restano le più vulnerabili, ma cresce l’esposizione di analisti finanziari, programmatori e altre professioni tecniche (ingegneri, architetti, ecc.). Il Fondo monetario allarga lo sguardo all’intera IA: nelle economie avanzate circa il 60% dell’occupazione è esposto e, per una parte consistente, la tecnologia potrebbe ridurre la domanda di lavoro anziché soltanto aumentare la produttività.

I primi numeri spiegano perché. Uno studio pubblicato sul Quarterly Journal of Economics su oltre 5.000 addetti al customer service ha misurato un aumento medio di produttività del 15% con l’assistenza dell’IA, che arriva al 30% per i lavoratori meno esperti. È una buona notizia, ma contiene un paradosso: se un giovane con due mesi di esperienza può avvicinarsi rapidamente alla prestazione di un collega molto più esperto, quante persone serviranno domani per produrre lo stesso risultato? E soprattutto: dove impareranno il mestiere i giovani se si assottigliano proprio i ruoli d’ingresso?

Lo Stanford AI Index 2026 segnala che l’88% delle organizzazioni intervistate usa ormai IA e il 70% impiega IA generativa in almeno una funzione. Un terzo prevede riduzioni di personale nell’anno successivo. Nei software developer tra 22 e 25 anni l’occupazione è già diminuita di quasi il 20% rispetto al 2024, anche se non possiamo attribuire tutto all’IA. Dario Amodei, CEO di Anthropic, è arrivato a prospettare la scomparsa di metà dei lavori impiegatizi entry-level in pochi anni. È una previsione estrema, non un destino scritto, ma sarebbe irresponsabile ignorarne il segnale.

Non credo dunque all’apocalisse dei posti di lavoro, ma nemmeno alla rassicurante formula secondo cui “l’IA cambierà solo le mansioni”. Se la produttività crescerà davvero del 15, 30 o 50%, in molti processi serviranno meno ore umane. Punto. La questione diventa quindi politica e sociale: useremo questo dividendo per produrre di più con meno persone, per lavorare meno, per creare nuovi servizi, o per concentrare reddito e potere?

Le aziende e i governi dovranno proteggere dati e conoscenza - come raccomandano anche i framework NIST per l’IA generativa - ma contemporaneamente ripensare formazione, carriere e responsabilità. L’alleato digitale può potenziare l’uomo, ma non deve trasformarlo in un accessorio della macchina. La vera domanda non è se l’IA ci sostituirà. È chi governerà il valore liberato quando avremo bisogno di meno lavoro umano per fare le stesse cose e quali lavori faremo in futuro posto che il lavoro continui, come crediamo, a nobilitare l’uomo? Ne parliamo nelle prossime settimane.

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