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25 anni dopo le Torri Gemelle

Ognuno di noi ricorda dov’era l’11 settembre di 25 anni fa: in ufficio stavo per partire trasferta, quando vidi gli scoppi delle Torri. Arrivato all’aeroporto tutti erano nervosi, sbarcato a Parigi trovai già militari coi mitra; furono giorni di totale incertezza e per molti, di paura.

I ragazzi nati allora, oggi a malapena sanno il nome del gruppo terroristico responsabile dell’attentato, nemmeno gli importa che ci dobbiamo spogliare e subire sgridate per una bottiglietta d’acqua al controllo imbarchi, e danno per scontato che ci siano telecamere a monitorarci dappertutto: gli pare naturale che siamo controllati di continuo, vere pecore al pascolo. In 25 anni Al Quaeda, ISIS e colleghi non sono riusciti a fare un attentato bis in America, ma la nostra vita resta radicalmente diversa rispetto a prima. Sui social media vediamo tanti mostrare indifferenza, se non fastidio, al ricordo del più grande attacco terroristico contro l’America.

Per forza: la reazione a 3.000 morti, al pari di Pearl Harbor, è stata oltremodo sproporzionata. Tutta la distruzione portata in Afghanistan, Iraq ed altri paesi ha lasciato milioni di morti, vite ed economie rovinate; non abbiamo usato le atomiche come su Hiroshima e Nagasaki, ma il livello di distruzione è simile. Un terzo degli americani è nato o immigrato negli ultimi 25 anni: questi 100 milioni di cittadini danno per scontato sorveglianza, controlli e precauzioni che prima nemmeno immaginavamo, e questo stato di emergenza continua imperterrito, perché fa comodo a tanti dirci che il rischio di attentati è sempre elevato. Ma siamo sicuri sicuri? Metà degli americani crede che le guerre e l’apparato di sicurezza abbiano funzionato e valgano ancora la pena di ricevere i nostri contributi, che grazie ai conflitti in Ucraina e Palestina hanno passato la soglia dei mille miliardi di dollari l’anno, e che Pentangono e lobby guerrafondaie vorrebbero aumentare del 50%, a $1.500.000.000.000.

Fino ad oggi abbiamo speso oltre $8.000 miliardi di dollari ed eliminato un milione di persone: improbabile fossero tutti terroristi, ma nel dubbio, cosa vuoi, meglio star dalla parte del giusto. Purtroppo questo stato cronico di allarme terroristico s’è espanso a dismisura, andando a comprendere i contrabbandieri di droga e chi recicla denaro sporco, in un vortice che va a confondere il confine tra criminali da mettere in prigione e nemici da uccidere. Far saltare in aria motoscafi pieni di cocaina, sulla scorta del fatto che lo spaccio sia attacco terroristico al nostro paese, andrebbe rivisto con molta attenzione.

Non che dispiaccia eliminare criminali come quelli, ma non sai cos’altro rischia di essere definito terrorismo. Ad esempio, chiamare Antifa organizzazione terrorista domestica e poi classificarla veramente come tale, porta ad uno stato di polizia ben lontano da quanto vollero i nostri padri fondatori. Anche utilizzare norme messe a punto per combattere l’ISIS, per poi sequestrare i dati dei sindacati americani e coercere i suoi dirigenti, ci dà un segnale di quanto sia scivoloso il campo della protezione dal terrorismo. Vogliamo veramente credere che quattro ragazzini casinisti che ogni tanto bloccano due strade starnazzando, o sindacalisti che cercano di aumentare lo stipendio da fame dei loro iscritti, siano sullo stesso piano di chi spara e piazza bombe a tradimento? Ovvio che no, ovvio che in America non soffriamo quei ciabattari col mitra che in questo istante bloccano il petrolio saudita, ovvio che paghiamo gli agenti degli aeroporti solo per non averli senza un lavoro in mezzo alla strada, ovvio che la lobby delle armi ha fatto tombola mantenendo questo regime di continuo allarme e rischio terroristico.

Oggi è improponibile pensare di smantellare, o almeno ridurre alcuni capitoli della grossa impalcatura anti-terroristica. Qualsiasi politico proponesse un’ipotesi del genere verrebbe marcato di alto tradimento e collaboratore del fantomatico nemico. Quale nemico? Non fa niente, circolare, un demonio che vuole la distruzione dell’America ci sarà sempre, è il modo migliore per far crescere la spesa pubblica in armi ed apparati di controllo. La speranza è che tra qualche anno quelle percentuali cambino, che la gente cominci a capire che spesa e totalitarismo non valgono la candela. Fino ad allora, state bene attenti quando arrivate nei nostri aeroporti, potremmo pensare che siate terroristi.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
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Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.