Non a caso, ci son due musei enormi a Danzica, dedicati ai due eventi decisivi.
Giustamente, al Museo sulla Seconda guerra mondiale vogliono che si parli anche di Vasilij Grossman. Nessuno, come il popolo polacco, conosce la verità sociopolitica che è il contrassegno dell’opera di Grossman: nazismo e comunismo sono uguali. Il museo stesso è organizzato in questo modo affiancando le frasi di Hitler e di Stalin, i lager e gli stermini degli uni e degli altri, mettendo in evidenza il tragico accordo che nel 1939 fece sparire in un mese la Polonia. Finì con l’eccidio del ghetto di Varsavia, da un lato, e con le fosse di Katyn, dove i sovietici uccisero, in contravvenzione a ogni legge di guerra, 15000 ufficiali polacchi, dall’altro. La Polonia, già sventrata e divisa, fu sacrificata a Yalta da Winston Churchill e Franklin D. Roosevelt per l’ordine mondiale. La verità su Katyn fu cancellata dai resoconti ufficiali fino alla rivelazione di Gorbaciov degli anni ‘90 del secolo scorso.
Così, in questa conferenza polacca nulla risulta più evidente dell’inimicizia fra singolo essere umano e ideologia – qualsiasi ideologia – e dell’estrema difficoltà nell’uscirne. Come fare a vivere e a lavorare mentre c’è un regime ostile? Rimanere o fuggire? E, poi, una volta restaurati altri regimi, man mano più liberali ma non meno equivoci, ancora ideologici o semi-ideologici, come comportarsi? Bisogna collaborare e cercare pian piano dei miglioramenti? Oppure dire la verità nuda e cruda? Compromesso o opposizione e resistenza? E sui contenuti stessi e sull’arte i problemi non sono minori. Come scamparne quando la narrativa pubblica e internazionale è menzognera? Come far trionfare memoria e verità mentre non si hanno forze e soldi? La storia della letteratura polacca è un lungo dibattito su questi argomenti tra grandi autori come, per esempio, il premio Nobel Czesław Miłosz, il nobile ufficiale Józef Chapski, il poeta politico Zbigniew Herbert.
Sono rappresentanti di risposte diverse, tutte segnate dalla progressiva scoperta di una verità anti-ideologica ma non dalle medesime scelte personali, sociali e politiche. In qualche modo, però, come nell'Unione Sovietica, la letteratura riesce a essere un gesto di liberazione grazie alla sua capacità sintetica, mentre tacciono – spesso per opportunismo – le analisi scientifiche e accademiche. Come conclude il pittore e scrittore Eric Karpeles, che ha aperto la conferenza polacca, la letteratura riesce a esprimere l’inesprimibile disumanità dell’orrore che pure si mescola con il bene, l’infinitamente alto e l’infinitamente basso di ogni cuore umano. La letteratura di quest’epoca si capisce solo in relazione al silenzio: al silenzio di coloro che sono morti ma anche di coloro che sono rimasti ammutoliti dall’orrore.
Vasilij Grossman, che aveva attraversato tutti i gradi di questo inevitabile dramma con sé stesso, con il potere e con l’orrore, e che alla fine aveva detto che il problema del male riguarda l’intera natura umana, si sarebbe trovato bene a Danzica, sul malinconico e scuro mare baltico, la città della storia del secolo cane-lupo.
