Fortemente voluta da Angelo Crespi, e dalla Fondazione Carlo Maria Mariani, curata da Eike Schmidt e Clayton Calvert, è la prima grande retrospettiva dell’artista dopo la sua scomparsa avvenuta a New York, dove viveva da quasi vent’anni, nel 2021.
Girando per le sale, tante le opere proposte, alcune davvero monumentali. Ho ricordato quando ero piuttosto giovane e lavoravo per lo Studio Cannaviello e la galleria era stata colpita da una vera catastrofe: Mariani all’ultimo momento aveva rinunciato alla mostra. Parliamo della fine anni ’90, forse l’anno 2000. Enzo Cannaviello camminava concitato nella grande sede storica di via Cusani e brandiva l’invito già pronto, con impeto: credo che gli sia successo poche volte un annullamento simile nella sua lunga attività di gallerista, ma sembrava più rattristato che offeso. Credo che stimasse davvero molto l’artista.
Ciò che mi colpisce oggi invece, oltre alla qualità del lavoro, è tutta una serie di rimandi visionari, sperimentali, quasi grotteschi, fino a sfiorare il trash. Il tutto inserito in una grande idea della pittura, che mescola il nuovo con il vecchio, la dimensione più aulica con il quotidiano, la potenza del colore con la morbidezza della forma. Maurizio Calvesi, lo storico dell’arte che teorizza il movimento dell’Anacronismo, poi presentato nell’ambito della Biennale del 1984 (quando ancora la Biennale non era woke né globalista), individua proprio in Carlo Maria Mariani un riferimento fondamentale per quella corrente artistica.
Calvesi infatti difende il pittore dalle accuse di passatismo spiegando come le sue opere «trascendono il pur ovvio rischio dell'accademismo e trovano, di volta in volta, impeto, eleganza, poesia in un rinnovato e "profondo" contatto con il mito, dunque, ancora una volta con le risorse dell'inconscio». Le forme neoclassiche non sono unicamente un esercizio di stile ma quasi un viaggio psicoanalitico verso archetipi universali. E in qualche modo, questa pittura bella e colta, è anche una reazione all’omologazione ad un certo linguaggio concettuale che si impone negli anni ’70 e ’80. Vuole infatti riabilitare il “fare pittorico” e una certa figurazione colta, la cui maestria tecnica è fondamentale, restituendo all’arte italiana un’identità ben precisa, omaggio alla sua più nobile tradizione. Una vera lezione di pittura e al contempo di ampiezza di vedute, in un mondo della pittura oggi, sempre più cupo e ritorto in se stesso.
