La parte del leone la fanno ChatGPT (usato dal 78% degli utenti), Claude dal 72%, Gemini dal 65% e modelli cinesi dal 67%, per tenere bassi i costi, ed il vantaggio economico si basa principalmente sull’aumento della produttività ed automazione di attività semplici. Le applicazioni sono le stesse per tutti, ma oggi vi racconto un caso d’uso particolarmente curioso e bello, perché coniuga eliminazione degli sprechi, automazione, intelligenza artificiale ed un rapporto sano con la natura.
Immaginate di avere un grande campo di pannelli solari, di quelli che alimentano la rete con centinaia di megawatt: siete letteralmente in mezzo al nulla, perché non potevate permettervi i costosi terreni vicino a strade ed abitazioni. Oggi avete due problemi: da un lato se non tagliate l’erba, quella cresce fino a schermare i pannelli, e dall’altro pioggia e fango creano la polvere che di nuovo ricopre gli schermi fotovoltaici riducendovi i ricavi.
Come fare? Capite che l’obiettivo è ottimizzare il manto erboso, sia limitandone la crescita in altezza, sia compattandolo abbastanza da resistere all’erosione delle piogge, in modo che non crei la polvere che poi filtra l’irraggiamento. Oggi parliamo di agrivoltaics, la nuova disciplina che associa la produzione agricola all’uso del terreno per installare i pannelli solari: dalla coltivazione di ortofrutta, all’allevamento di animali domestici, alla pollinazione di determinate piante per scopi precisi. Vivo da vicino proprio uno di questi casi, dove allevatori vicini al campo ed azienda elettrica stipulano un baratto semplice: uno ottiene latte e lana da vendere, l’altro abbatte i costi di manutenzione dei pannelli solari.
Io ho introdotto i droni robotizzati, che con l’IA capiscono in quali zone la vegetazione sta crescendo più rapidamente, in quali l’acqua di scolo scava il terreno, ed in quali parti della recinzione si trovano i buchi scavati da coyote interessati alle pecorelle al pascolo. Già che volano, ai robottini alati faccio anche controllare eventuali rotture dei pannelli ed altri malfunzionamenti degli impianti. Ovviamente il drone non può fingersi pastore per far muovere le pecore: per quello occorre spostare l’abbeveramento, perché gli ovini brucano in modo concentrico rispetto alla fonte, e ci mettono dieci giorni per rasarla e concimarla a dovere.
Allo stesso modo il robot non può cacciare i coyote: molto meglio i maremmani. Utilizzando anche la visione ad infrarossi, il drone può fare tutto l’imaging richiesto per monitorare lo stato di salute di tutte le apparecchiature elettriche, ed a quel punto il ranocchio elettronico crea gli ordini di manutenzione per i tecnici di campo. Per loro diventa facile e veloce prendersi cura di intere porzioni del campo solare: dallo spostare l’abbeveramento delle pecore, al sostituire pannelli rotti, al fare quelle riparazioni che prevengono la rottura delle apparecchiature. In questo percorso ho imparato che la pecora è di bocca buona, ma non tollera l’erba oltre il mezzo metro e non sopporta alcune specifiche gramigne: cosa fare?
Spruzzare fitofarmaci sarebbe costoso e velenoso per gli animali, ma ancora una volta arriva in soccorso la saggezza contadina: con le api e la pollinazione di specifici fiori, quelle erbacce spariscono senza bisogno di veleni chimici. A quel punto la pecora mangia di gusto e l’allevatore ti regala anche confezioni di miele che adesso produce sul tuo campo, mentre l’energia raggiunge il massimo, in modo molto sostenibile. Nota di colore per chi è cresciuto con Wilie Coyote: questi predatori scavano 4-5 tunnel alla volta, tre metri da una parte e tre dall’altra della barriera, perché costruiscono molteplici vie di attacco e fuga dai cani che proteggono il gregge. Fingono l’attacco da una parte del campo per distrarre i difensori, ed entrano dall’altra per rapire la pecora, che poi estraggono dal cunicolo remoto. Di fronte al mio stupore per tanto genio strategico, l’allevatore ride e mi fa: “i coyote son meglio dei terroristi, non potresti bombardarli dai tuoi droni?”.
