IL Digitale


Arrivano i ranocchi, partono i manager

Nelle ultime settimane è aumentato il numero di manager d’alto bordo che ha lasciato le grandi aziende del digitale, da Amazon, Tesla, Microsoft, vuoi per intraprendere vacanze da nababbi, più spesso per diventare imprenditori in startup più agili e dinamiche delle multinazionali.

Anche altre aziende hanno visto la dipartita di dirigenti causa AI, come BMW, Citi ed UPS, ma in quei casi ci illudono che i direttori sono stati sostituiti dai novelli robot super-intelligenti: fuffa in purezza. In ogni caso, la maggior adozione dei ranocchi elettronici ha molto da dire in questo cambiamento organizzativo, vediamo come. Siamo ancora molto lontani dal robot che va al golf per spettegolare coi colleghi e concepire nuove strategie, ma l’aiuto pratico nel porre fine ai quei silos informativi che da sempre creano l’entropia delle grandi aziende, costringe i manager a spender meno tempo al golf e fare più attenzione al lavoro. Attività che richiedevano settimane e squadre numerose, oggi sono eseguite, controllate e verificate da una sola persona in un paio d’ore, e l’utilizzo degli agenti come schiavetti digitali comincia a funzionare. O sei molto sul pezzo ed attento a cosa fanno i collaboratori coi robot, o diventi inutile rapidamente.

In secondo luogo, dopo la crescita astronomica delle azioni di queste aziende, i manager digitali incassano nel momento migliore: guadagnano milioni di dollari e la certezza di non dover più preoccuparsi di mettere un piatto in tavola. Questo dà anche misura del fatto che gli addetti ai lavori credono di essere al massimo delle valutazioni borsistiche, per cui sgonfiaggio o scoppio della bolla gli abbasserebbe i profitti. Il Gatto, la Volpe, e molti cortigiani ci dicono che siamo alla singularity, al Sacro Graal per cui i ranocchi imparano da soli più velocemente e meglio di quanto facciano col nostro supporto, e che questo si applica anche ai robot fisici. Avrete visto anche voi grafici surrettizzi che ci vogliono far credere che un operaio, un muratore o un radiologo possano essere sostituiti dalla macchina. Non è esattamente così: la macchina può spostare pezzi rapidamente per l’operaio che li usa, un’altra può colare il cemento in autonomia risparmiando ore al muratore, ed un’altra ancora può puntare le aree critiche in modo che il medico capisca più velocemente dov’è il problema, ma questo è un aiuto alla produttività della persona, non la sua sostituzione.

Sono troppe, in tutti i mestieri, quelle attività che richiedono giudizio del contesto, induzione, deduzione, innovazione, mediazione, e che la macchina non può fare, proprio perché non capisce. Calcola benissimo le probabilità, conosce lo scibile scritto, parlato e disegnato, ma non ne produce di nuovo.   Possiamo dire che man mano che la macchina riesce a fare più attività, la percentuale di contenuto umano andrà a ridursi verso zero? Certo, esistono già fabbriche e magazzini bui, in grado di produrre, impacchettare e spedire senza bipedi. Buona parte delle miniere nei paesi ricchi sono completamente automatizzate, come pure moltissimi campi in Olanda ed altri paesi all’avanguardia producono e spediscono ortofrutta con minimo coinvolgimento degli zappaterra. Sentendo Musk, possiamo anche immaginare, in un futuro prossimo, robot che creano altri robot, al pari degli agenti AI che possono creare ed orchestrare altri agenti specialisti. Questo ovviamente non significa che la produzione prosegua in autonomia all’infinito, perché ovviamente energia, materiali ed investimenti sono finiti e tendenzialmente scarsi, quindi soggetti a variazioni di prezzo. Il punto fondamentale non è tanto il progresso tecnologico e la percentuale di attività eseguibili in autonomia dal robot, ma chi lo controlla, perché e come.

Quando Musk e compagni di ottimismo ci prospettano un futuro di infinita ricchezza, non è importante capire se sarà davvero così o no, è importante che quella immensa ricchezza sia distribuita al popolo, non in cinque immensi portafogli. Quando nel secolo scorso di promulgarono leggi per evitare posizioni monopoliste nel mercato, la motivazione era ovvia: evitare fame e schiavitù alla gente. Le piattaforme digitali sono arrivate al monopsonismo, ossia il controllo quasi totale dei prestatori di lavoro, ed ora la commoditizzazione consentita dal ranocchio elettronico non fa che rendere più forti le loro posizioni. Adesso in Cina è diventato illegale licenziare un lavoratore perché il ranocchio può fare il suo lavoro, ed ha anche imposto vincoli all’antropomorfizzazione dell’IA, in modo che nessuno si confonda tra gente e macchine. Ma il trend più importante è quello dell’open, del fare in modo che questa tecnologia sia nelle mani di tutti, o quanto meno del più alto numero possibile di aziende ed organizzazioni. Solo così i benefici del ranocchio elettronico saranno distribuiti abbastanza.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.