Alla scuola si chiede continuamente di innovare, aggiornarsi, misurare, documentare ciò che fa e, soprattutto, dimostrare che tutto funziona. Una scuola seria, certo, non può sottrarsi alla verifica degli esiti del proprio lavoro. La ricerca educativa è indispensabile e le evidenze scientifiche aiutano gli insegnanti a comprendere meglio i processi di apprendimento, a riconoscere pratiche inefficaci e a migliorare il proprio insegnamento. Ma, per quanto legittima, la domanda «che cosa funziona?» non esaurisce le domande che la scuola deve porsi. La scuola non è soltanto un luogo nel quale si applicano procedure efficaci ma è il luogo nel quale si formano persone. La questione è culturale prima ancora che metodologica.
Negli ultimi decenni il linguaggio dell’educazione si è arricchito di parole importanti: competenze, apprendimento permanente, società della conoscenza, imparare a imparare, innovazione, valutazione, evidenze. Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo ma il problema nasce quando una parola diventa così centrale da oscurare le altre. È difficile contestare l’importanza dell’espressione «imparare a imparare» ma in una società attraversata da trasformazioni rapide, è una conquista fondamentale porsi la domanda: “imparare a imparare per che cosa? Per quale idea di persona? Per quale società?” La scuola non può limitarsi a preparare persone capaci di adattarsi al mondo così com’è.
Deve metterle nelle condizioni di comprenderlo, giudicarlo e, quando necessario, trasformarlo. Un insegnante non è un tecnico incaricato di applicare ricette pedagogiche elaborate da altri ma un professionista chiamato continuamente a interpretare situazioni, valutare possibilità, assumere decisioni e rispondere delle proprie scelte. La professionalità dell’insegnante consiste anche nella capacità di tenere insieme ciò che la ricerca offre e ciò che la realtà della classe richiede. La scuola ha bisogno della ricerca perché l’esperienza individuale dell’insegnante non può essere l'unico criterio ma ha bisogno anche dell’autonomia del giudizio professionale, perché nessuna ricerca può sostituire integralmente la decisione educativa concreta.
Il punto di equilibrio è delicato. Da una parte c’è il rischio dell’improvvisazione e dall'altra quello della tecnicizzazione: in mezzo c’è lo spazio della professionalità: “conoscere, confrontare, interpretare, decidere e assumersi la responsabilità della decisione”. Una buona formazione degli insegnanti deve saper custodire questo spazio. L’autonomia dell’insegnante non significa libertà di ignorare la ricerca o le conoscenze disponibili ma possedere gli strumenti culturali e professionali necessari per confrontarsi con essi criticamente, interpretarli e utilizzarli responsabilmente. Un altro aspetto, apparentemente più lontano dalla pratica quotidiana, ma in realtà decisivo è che le parole con cui definiamo il mondo contribuiscono a costruire il modo nel quale lo comprendiamo.
Ogni volta che parliamo di «società della conoscenza», «società dell’apprendimento», «società globale» o «società digitale», non descriviamo la realtà ma stiamo scegliendo un modo per interpretarla. Non sono differenze puramente linguistiche perché dietro ogni modello educativo c’è sempre una determinata idea di persona. La scuola non può limitarsi a importare parole nuove senza interrogarsi sul loro significato. Ogni concetto pedagogico porta con sé una visione dell’uomo, della società e del futuro. La riduzione dell’educazione alla sola dimensione funzionale è uno dei rischi più seri. La scuola, certo, deve preparare alla vita professionale ma prima del lavoratore viene la persona.
Una società ha bisogno di tecnici competenti, ricercatori, professionisti, imprenditori e lavoratori qualificati ma prima ancora, di persone capaci di comprendere il mondo nel quale vivono, di esercitare un giudizio, di riconoscere la dignità dell’altro, di assumere responsabilità e di partecipare alla vita democratica. Se l’educazione viene pensata soltanto in funzione dell’economia, si perde qualcosa di essenziale: la sua dimensione antropologica e civile. La scuola non esiste soltanto per rendere le persone più produttive ma esiste per renderle più umane e più libere.
