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Jane Doe ed il Primo Emendamento

Jane Doe è lo pseudonimo di una ventiquatrenne che due anni fa all’Università di Cornell fu violentata, in circostanze ancora da chiarire in tribunale. Dopo l’incidente raccontò tutto alle autorità accademiche, tra cui il fatto che voleva far sesso con solo due dei sette ragazzi implicati, che aveva volontariamente bevuto alcolici ed assunto droga fino all’incoscienza, e che s’era quindi dimenticata di come fosse finita nel resto della serata. 

Fu il pettegolezzo successivo all’evento a farla giustamente arrabbiare e denunciare il tutto ma, in ragione delle sue scelte e della legge di New York, l’Università decise di non coinvolgere il magistrato e non punire severamente i sette fetentoni. La vittima lascia l’università ed aspetta 700 giorni per capire che l’Università ha deciso pene minime, sia per i sette, sia per ulteriori 50 che vedono su Snapchat ma non fanno nulla per aiutarla. Solo quest’anno quindi si rivolge al magistrato e, con l’aiuto del giornale universitario, pubblica nomi, foto ed indirizzi dei sette, oltre alle indicazioni sul come trovare gli altri 50. Le giovani giornaliste si appellano al Primo Emendamento, il diritto fondamentale sancito dalla nostra Costituzione sulla libertà di stampa, per giustificare la rivelazione dell’identità dei presunti criminali prima del loro giudizio in tribunale. Questa è una scelta delicata: sanno bene che la pubblicazione porta al linciaggio mediatico dei sette e sputtanamento nazionale dei 50, con buona pace dell’altro principio della giustizia americana, che sei innocente fino a prova contraria, oltre ogni ragionevole dubbio.

Sicuramente il fatto che tutta una “Fraternity” (club universitario) sia coinvolta nello stupro, e che alcuni siano ancora a Cornell, rientra nella categoria dell’interesse pubblico, fulcro della libertà di stampa. Ovviamente internet si scatena: peste e corna sui maschi, loro genitori, amici, parenti e datori di lavoro che prontamente li licenziano, e dibattito rovente sul diritto della ragazza di conservare l’anonimato. Un paio di giornalisti la rintracciano e ne rivelano il nome, tirandosi addosso l’ira funesta di gattare e compassionevoli che l’avrebbero voluta proteggere. Pure genitori, amici, vicini e parenti dei due giornalisti sono presi d’assalto dalle truppe cammellate di Jane Doe.

La vendetta su internet passa i livelli di guardia, trasformandosi in veri licenziamenti, ingiurie, minacce di violenza, e dispetti. Da qualche anno il Primo Emendamento è al centro di accesi dibattiti e cause in tribunale, che spesso coinvolgono Trump e Corte Suprema, specie quando questo diritto cozza contro il suo potere esecutivo o altre leggi. Personalmente credo che la libertà di stampa ed espressione sia seconda solo al diritto di avere un tetto sulla testa ed un piatto in tavola, e che la nostra capacità di dire, sentire e vedere le peggiori idiozie e cattiverie vada sempre difesa. Penso anche che sentirsi increduli, offesi o indignati di fronte a certe immondizie sia un requisito fondamentale per vivere civilmente in società; perché le alternative, ossia censura e violenza, sono peggiori. Quello dei sette fetentoni e 50 ignavi è un caso da considerare con attenzione, perché se il primo emendamento è sacro, il quinto, sesto e quattordicesimo non lasciano dubbi sulla necessità di amministrare la giustizia attraverso processi giusti ed imparziali. In questo momento i 57 sono già stati giudicati colpevoli da quasi tutto il paese: insinuare che le accuse della ragazza non siano provate, ti tira addosso insulti. Abbiamo lasciato il linciaggio ai ladri di cavalli nel Far West, ma la gogna mediatica di questi giorni torna a quel livello forcaiolo, che evita il giusto processo.

Presunzione di innocenza e necessità di provare la colpa oltre ogni ragionevole dubbio sono principi che nascono in Inghilterra nel 1761 e vengono ribaditi ancora dopo, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) ed in tutte le convezioni internazionali: non sono fisime americane, sono capisaldi da difendere. Ora, siamo tutti d’accordo che dal punto di vista morale i 57 siano dei fetentoni, ma da quello legale l’utilizzo incondizionato della norma sulla libertà di stampa per linciare i presunti colpevoli, non è corretto.

È anche sbagliato individuare Jane Doe: sputtanare una ragazza, o peggio ancora insinuare che voglia solo vendetta per i pettegolezzi subiti (anche questo da provare oltre ogni ragionevole dubbio), non aiuta la causa, è spettacolo inutile. E voi, nel caso vi ritrovaste in giuria, cosa pensereste?

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