LA Caverna


La Chiesa tra l'Arroccamento della Struttura e la Profezia della Fede

Di fronte alle sfide attuali, la vera posta in gioco per l’Istituzione ecclesiastica, che per secoli ha costituito l’architrave valoriale dell’Occidente, è la sua capacità di parlare ancora al cuore dell’uomo contemporaneo. L’accelerazione scientifica, l’affermazione di democrazie post-secolari e l’emergere di una soggettività sempre più autonoma hanno provocato nella Chiesa una profonda sofferenza identitaria. 

La modernità, invece di essere riconosciuta come un possibile terreno di missione, viene talvolta percepita come una minaccia esistenziale. Da questa lettura difensiva nasce una reazione di auto-conservazione che si traduce in un irrigidimento: il dogma, da finestra aperta sulla verità, rischia di trasformarsi in un muro di cinta.

Quando il cambiamento è sistematicamente negato o accolto con sospetto, la Chiesa corre il pericolo di smarrire il proprio ruolo di compagna di viaggio dell’umanità, diventando un’istituzione autoreferenziale, capace di parlare solo a se stessa e con un linguaggio sempre meno comprensibile. Uno dei nodi più critici di questa crisi riguarda la gestione del potere. L’accesso ai vertici della gerarchia espone a una tentazione sottile ma pervasiva: quella di percepirsi come parte di un’aristocrazia dello spirito, ontologicamente separata dalla fragilità comune.

Questo fenomeno, spesso definito “clericalismo”, introduce un’idea di elezione che divide anziché unire. Quando il potere spirituale si svincola dal servizio, degenera in una forma di narcisismo istituzionale: il soggetto non si percepisce più come peccatore tra i peccatori, ma come depositario di privilegi sacralizzati. Ne deriva uno sguardo distorto sulla realtà, in cui le sofferenze concrete delle persone vengono filtrate attraverso l’astrazione di un codice normativo, rendendo la Chiesa distante e, talvolta, impermeabile alle ferite della vita reale. A questo si aggiunge la cosiddetta “questione del tempo”.

La Chiesa ragiona secondo una “temporalità secolare”, mentre il mondo contemporaneo decide in frazioni di secondo. Il ritardo con cui, spesso, l’Istituzione ha preso posizione sulle grandi questioni etiche, sociali e tecnologiche ha generato un vuoto spirituale in cui molti fedeli si sono sentiti lasciati soli. Questa lentezza non è sempre stata espressione di prudenza; in numerosi casi ha rappresentato il sintomo di una paura profonda: il timore che adattarsi ai ritmi del presente equivalga a svendere l’identità “eterna” del cristianesimo. Nel frattempo, la società ha continuato il proprio cammino e, quando la parola ufficiale è infine giunta, ha spesso assunto il tono di un’eco tardiva. Il peso del passato grava ulteriormente sul presente. Per decenni, il tentativo di incidere sulla storia attraverso il potere politico ha spinto la Chiesa a compromessi che ne hanno eroso l’autorità morale. Il silenzio su temi scomodi, barattato con protezioni istituzionali, ha trasformato la profezia in diplomazia. 

Quando il cristianesimo viene ridotto a un’agenda di “punti sensibili” da negoziare nei palazzi del potere, perde la sua forza di interpellare la coscienza individuale. Ne deriva una fede disincarnata, che privilegia la norma sulla persona e l’indottrinamento sull’incontro vivo. La via d’uscita da questo affanno non può essere un semplice maquillage estetico, ma richiede una conversione profonda. La fede non nasce da una imposizione, bensì dallo stupore dell’incontro e dalla testimonianza credibile di un senso che va oltre l’apparenza.

La sfida cruciale all'interno della comunità credente è trattare i fedeli come adulti capaci di abitare la complessità, senza rifugiarsi in anatemi contro il "relativismo" o la "deriva morale". Capire il mondo non significa approvarne ogni dinamica ma accoglierne e amare le domande più radicali. Solo se la Chiesa troverà il coraggio di “pensare l’impensabile”, di mettere in discussione le proprie strutture per salvaguardarne lo spirito, potrà tornare a essere ciò a cui è chiamata: non un’agenzia di moralità in declino, ma uno spazio di libertà in cui l’umano e il divino possano tornare a dialogare autenticamente.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
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Silvia Andrea Russo (Cremona): passione per l'antichità, la letteratura, la recitazione, la musica, il canto e la scrittura
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.