IL Digitale


La bolla ed il ranocchio (elettronico)

Dario Amodei, CEO di Anthropic, cerca di convincere il mercato che la sua azienda vale fino a due mila miliardi di dollari, e non meno di millecinquecento miliardi, grazie a risultati fantastici e prodotti superumani. La Borsa comincia a sospettare che ci sia troppa fuffa in questa valutazione, e che i prodotti non siano poi così fantascientifici; ricordate che Zafferano ve lo dice da tempi non sospetti. 

Mentre aziende minori del settore soffrono già perdite importanti, Gatto Sam e Volpe Dario continuano ad intortarci che loro sono diversi, i loro modelli di frontiera sono e resteranno imbattibili. Anche no: in questo istante censiamo oltre 665 modelli di intelligenza artificiale, alcuni generalisti, alcuni specializzati in determinate applicazioni o piattaforme. Come se non bastasse, il costo di questi modelli varia assai, e costruirsene uno è diventato più facile che nel recente passato.

La verità è che tutte le migliaia di miliardi investite in ricerca e sviluppo hanno commoditizzato questa tecnologia digitale, e la necessità di usare i modelli marchiati Anthropic o OpenAI viene meno. Una prova la trovate nel prezzo dei token, in caduta libera per avvicinarsi ai prezzi cinesi, che da tempo valgono tra un decimo ed un trentesimo di quelli Anthropic ed OpenAI. Immaginate un qualsiasi un qualsiasi prodotto che ad inizio anno costi $6, a giugno $3, ed oggi $0.9: se siete i clienti state rimbalzando dalla gioia, se siete i produttori vi state strappando i capelli a ciocche. La distanza con i prezzi cinesi s’è notevolmente ridotta: oggi DeepSeek ti costa $0.15 per milione di token, che è sempre meno di $0.9, ma molto più vicino dei valori di mesi fa. Non soprende che i ricavi di Anthropic siano rallentati nel secondo trimestre, e che il CEO debba tirare fuori il coniglio dal cappello, per far credere al mercato che riuscirà a riprendere l’accelerazione dei guadagni promessa ad inizio anno. Fosse andato in borsa a giugno invece che adesso, probabilmente la valutazione di duemila miliardi di dollari l’avrebbe raggiunta, ma adesso anche quella di 1.500 sembra improbabile.

L’economia generale non aiuta: di fronte a tassi in crescita che portano a tagli di spesa generalizzati, i clienti fanno molta attenzione ad usare il modello con il miglior rapporto prezzo/qualità, e questo significa che i modelli di frontiera perdono smalto. Tra i clienti poi, sempre più multinazionali riescono a crearsi il modello in casa, sia per ragioni di costo, di riservatezza, ed anche di riconoscimento che un ranocchio uguale per tutti è la massima fregatura, perché non consente nessun vantaggio competitivo. Da Bloomberg, JP Morgan, Xiaomi, sono tante le aziende che fan da sé, a dispetto degli inviti del Gatto e la Volpe di usare i loro modelli di frontiera.      

Se a questo aggiungiamo che sia Anthropic, sia OpenAI, sia BlackRock hanno sottoscritto accordi per oltre $500 miliardi a testa per accaparrarsi calcolatori e datacenter nei prossimi anni, capite che la prospettiva di ricavi incapaci di sostenere quel debito mostruoso, peggio che mai con questi interessi, stia causando scariche di panico in tanti, partendo dai bagni della Casa Bianca.  In questo istante l’unica multinazionale digitale che ha visto crescere il suo valore in borsa quest’anno, Apple con più 26%, è anche quella meno esposta ai debiti per il ranocchio elettronico. Le altre grosse, da Alphabet, ad Amazon, a Meta, a Microsoft, sono aumentate del 10-12% nei primi mesi ed ora sono piatte. Lo scoppio della bolla non conviene a nessuno, nemmeno alla Cina che, come abbiamo visto per la crisi petrolifera di Hormuz, preferisce ridurre i propri bisogni per non abbattere il commercio internazionale. Per ora le FAANG americane hanno le spalle robuste per sostenere uno sgonfiaggio della bolla, ma per il Gatto e la Volpe si avvicina una resa dei conti peggiore.

© Riproduzione riservata.
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Silvia Andrea Russo (Cremona): passione per l'antichità, la letteratura, la recitazione, la musica, il canto e la scrittura
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.