Notizie dagli USA


Basta datacenter!

In molte aree degli Stati Uniti la costruzione di nuovi datacenter sembra sfuggita di mano: dall’autostrada vedi decine di gru, file di betoniere e camion che portano materiale da costruzione senza sosta. Stiamo costruendo meno di un terzo di quanto le aziende digitali avevano promesso di fare, ma già così è notevole la spinta inflattiva sui prezzi dei componenti: dal legno, cemento, chiodi ed acciaio, alle apparecchiature elettriche, per non parlare dei server e GPU, i costi impazziscono.

La spesa in costruzioni di questi edifici è già più alta rispetto a quella per gli spazi commerciali e residenziali; questo rende felici le aziende di questo settore industriale, non gli americani. Avevo già raccontato della protesta vista a Lewiston, Maine, dove la possibilità di riconvertire un vecchio maglificio abbandonato da decenni, dare lavoro stabile a qualche decina di tecnici informatici, ed aiutare i costruttori locali, è stata rifiutata dalla cittadinanza sulla scorta del possibile riscaldamento del fiume, e del possibile rumore dei condizionatori. Anche spiegando alla gente che le tecnologie si sono evolute e che questi macchinari possono funzionare poco lontano dalle abitazioni, niente: il comitato cittadino ha bocciato la proposta.

In America abbiamo una lunga e solida tradizione di NIMBY – not in my backyard (non nel mio cortile), quell’insieme di norme e consuetudini che consentono all’assemblea dei cittadini di modificare o vietare progetti di costruzioni ed altre modifiche al territorio, e che spesso richiedono notevoli investimenti da parte dell’azienda in causa. Vicino a casa mia un condominio blocca da due anni la costruzione di un altro caseggiato dirimpettaio, sulla scorta che gli toglierebbe alcune ore di luce solare al giorno.

Il costruttore continua a modificare il progetto ed aggiungere incentivi, pur di ottenere il permesso dei vicini. Con il Presidente che sponsorizza la Super Intelligenza per avere una minima chance alle prossime elezioni, non sorprende che i democratici stiano sparando a palle incatenate contro ogni progetto di nuovo datacenter, arrigando i cittadini a scendere in piazza e bloccare ogni nuova costruzione o riconversione di vecchi stabili. Questa strategia funziona, e si vede nei sondaggi, dove molti elettori repubblicani si convertono all’altro partito per non avere ventoloni a fargli rumore 24 ore al giorno. I politici repubblicani, già imbarazzati da un Trump ai minimi dei sondaggi, sono allo sbando.

Gli americani in questo istante non si fidano della classe politica, e tantomeno delle multinazionali che negli ultimi decenni li hanno tenuti al pian terreno dell’ascensore sociale, impoverendoli. Di conseguenza, ogni promessa di indennizzi, riduzione delle tasse locali, ricchi premi e cotillons, viene respinta al mittente. Io stesso ho vissuto lo scempio di queste promesse da marinaio: quando vivevo in Maine, una banda Bassotti di politici ed aziende elettriche promise di aggiungere una linea di alta tensione senza minimamente danneggiare chi avesse casa nelle vicinanze del corridoio. Tutto al contrario: crepe nei muri dallo scoppio delle mine usate per scavare il terreno, e forte perdita di valore di tutte le nostre case, senza nessun indennizzo o sconto sulle bollette.

In epoche remote il NIMBY fu risolto elegantemente, esportando fabbriche puzzone, smalterie inquinanti e miniere velenose in Cina, India, paesi africani e sudamericani dove fossero pronti a vendere l’anima e la salute per un piatto di lenticchie. Per fare un esempio, le “terre rare” sono dappertutto, e rare non sono assolutamente. È il processo estrattivo e di raffinamento che inquina in modo immondo, ma finché c’è il bambino in Brasile, Congo o Cina che scava per due spicci, occhio non vede, cuore non duole. Il problema è che adesso che gli ultimi presidenti americani vogliono produrre tutto in America, per forza di cose dovremo accettare un degrado ambientale, oppure votarci alla riduzione dei consumi, quanto di più lontano ci sia dallo spirito americano.

© Riproduzione riservata.
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Silvia Andrea Russo (Cremona): passione per l'antichità, la letteratura, la recitazione, la musica, il canto e la scrittura
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.