Forse la migliore definizione della questione è stata messa in luce da Anna Maria Lorusso (Bologna) che ha spiegato la grande inversione nel mondo degli archivi. Fino a pochi anni fa si valutava, si selezionava e poi si archiviava per forgiare una memoria collettiva. Ora è tutto già archiviato, in qualche server americano o cinese ma anche nei nostri profili, pc, cloud. L’archiviazione è automatica e, solo dopo, si instaura un processo di valutazione e selezione. Inutile dire che, così facendo, lo studio della storia – e di tutte quelle discipline che hanno bisogno di archivio – sembra cambiare radicalmente, come notava il Marek Tamm (Tallinn). Si modifica il senso della distanza temporale. Tutto sembra a portata di mano e, dunque, vicino anche nel tempo. Ci sono piattaforme, applicazioni, giochi – basati su archivi – che ci ricostruiscono eventi storici. Ora potete partecipare alla battaglia di Waterloo immersivamente, anche dalla prospettiva che preferite. D’altro canto, laddove si tratta di studi più contemporanei, già avvenuti in era digitalizzazione, tutto è già registrato e passibile di una visione/fruizione/conoscenza molto diversa da quella precedente, spesso immersiva o partecipativa. Non è tutto un male. Siamo entrati in un’era che privilegia la sintesi a discapito dell’analisi che a lungo è stata erroneamente considerata un sinonimo di “conoscenza”. In quest’epoca sarà privilegiato chi saprà sintetizzare sensatamente, anche con l’uso di AI.
Ma di questo parleremo un’altra volta, andando il discorso molto nel tecnico. Per ora, mi interessa notare che la questione dell’archiviazione automatica e costante ci suggerisce che viviamo in una società rigida, anzi rigidissima. La metafora di Zygmunt Bauman di una società liquida (era l’anno 2000) era dovuta a una sopravvalutazione di alcuni fenomeni affettivi e di alcune strutture sociali della società borghese occidentale, nonché dal background del multiculturalismo postmoderno di fine secolo scorso. Ed è una metafora sorpassata e sbagliata, come aveva notato anche Maurizio Ferraris. Persino in campo affettivo, tutto è registrato e archiviato: messaggi, chat, registrazioni audio e video. Nulla sfugge all’archivio universale. Non si può neanche cambiare idea senza che l’archivio riporti immediatamente in superficie ciò che si era detto e fatto al proposito 10, 20, 30 anni fa. Il problema è tale che abbiamo persino dovuto studiare e inserire il diritto all’oblio, e non è mai di facile applicazione.
La metafora era stata poi utilizzata per un presunto crollo delle certezze, anche questo derivato dal temporaneo affievolirsi di certe idee politiche e convinzioni religiose. Con il passare del tempo, la metafora ha mostrato la sua implausibilità: siamo in una società di ideologie diverse, ma ancora più polarizzate e radicalizzate di prima. Peraltro, le religioni ritornano in auge, in quasi tutte le culture, persino in quella cattolica europea, data per morta molte volte. La cultura woke degli ultimi 15 anni ha mostrato poi una rigidità moralistica tutt’altro che consona alla metafora del liquido e tutt’altro che priva di certezze, sebbene spesso infondate.
Così la questione degli archivi è cruciale sia nella teoria della conoscenza sia nell’analisi sociale, ci obbliga alla ricerca di metafore nuove e ci ricorda che occorre essere umilmente consapevoli della loro fallibilità.
