Meglio soffermarsi su un ipotetico futuro Armageddon o affrontare il cambiamento che la intelligenza artificiale già disponibile impone? Tutte e due le cose.
Sul primo piano la partita è soprattutto tra Stati Uniti e Cina. Non perché Europa e resto del mondo siano del tutto irrilevanti, ma perché la capacità industriale necessaria per addestrare i modelli di frontiera – chip, data center, capitale, talenti – è ormai concentrata soprattutto lì. Anche le classifiche più recenti lo mostrano: ai vertici si affollano Anthropic, xAI, Google e OpenAI, seguite dalle cinesi Alibaba e DeepSeek. La buona notizia è che Washington e Pechino hanno appena aperto un dialogo formale sulla sicurezza dell’IA e stanno discutendo perfino una “incident line” per segnalarsi eventi gravi. È poco, ma ricorda i primi meccanismi della Guerra fredda: prima di fidarsi, i rivali iniziano almeno a parlarsi.
Dario Amodei invita oggi, per me artatamente per avere vantaggi commerciali, a “rallentare la frontiera”, temendo perdita di controllo, cyberattacchi, bioterrorismo e sconvolgimenti economici. Ma nessuno dei due contendenti può permettersi di rallentare unilateralmente: sarebbe come deporre le armi mentre l’altro continua a costruirle. L’accordo diventerà realistico quando entrambe le parti saranno molto più vicine al risultato e giudicheranno più rischiosa la corsa senza regole della rinuncia a un margine di vantaggio. Le Nazioni Unite possono favorire norme e confronto, ma non sostituire un’intesa verificabile fra chi possiede davvero la frontiera tecnologica.
Il secondo piano è meno spettacolare e molto più urgente. Sempre Amodei ci ricorda che oramai la maggioranza delle mansioni di ingegneri e architetti sono emulate dall’IA. Secondo lo Stanford AI Index 2026, l’88% delle organizzazioni usa già IA in almeno una funzione e il 70% impiega IA generativa. Gli agenti autonomi sono ancora poco diffusi – in quasi tutte le funzioni aziendali restano a una cifra percentuale – ma le capacità crescono a ritmi vertiginosi. METR misura da anni un raddoppio circa ogni sette mesi della durata dei compiti software che i migliori sistemi riescono a completare autonomamente con il 50% di successo. Negli Stati Uniti l’occupazione dei software developer tra 22 e 25 anni è già scesa di quasi il 20% rispetto al 2024. Studi sul campo misurano aumenti di produttività intorno al 26% nello sviluppo software. E un terzo delle organizzazioni intervistate prevede riduzioni di personale nel prossimo anno.
È qui che Europa e Italia devono giocare adesso. Come dare a centinaia di milioni di Europei accesso a strumenti capaci di interferire con i loro processi cognitivi senza renderle dipendenti? Come proteggere privacy e libertà di scelta? Come rifare scuola, università, impresa e pubblica amministrazione quando una parte crescente del lavoro cognitivo può essere delegata? Quanta privacy siamo disposti a condividere, con garanzie, per migliorare sanità, mobilità, assistenza e welfare? E soprattutto: vogliamo essere semplici clienti delle IA americane e cinesi o costruire una nostra capacità, fondata su dati, compute, modelli e alleati digitali personali?
La superintelligenza può forse arrivare domani. Ma l’IA che cambia lavoro, formazione e società è già tra noi. Sarebbe paradossale prepararci all’Armageddon dimenticando la rivoluzione che bussa alla porta dei nostri uffici oggi. È su questo secondo piano di battaglia che, in Alleati digitali (Laterza, 2026), ho provato a indicare una strada.
