Musica in parole


“Crisantemi”, il dolore in musica di Giacomo Puccini

Ci sono pagine musicali che sembrano appartenere a un mondo appartato, lontano dal clamore delle grandi opere e dalla magnificenza del palcoscenico. È il caso di “Crisantemi”, breve elegia in cui Puccini trasforma il lutto in una trama di suoni, anticipando atmosfere e intuizioni del suo teatro.

La genesi del brano è documentata da una lettera inviata da Giacomo Puccini al fratello Michele, nella quale il compositore racconta di averlo scritto di getto in una notte, il 18 gennaio 1890, non appena avuta la notizia della morte improvvisa dell’amico Amedeo di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II. La composizione nacque così come un’immediata risposta musicale alla perdita, uno sfogo in cui il dolore sembra trovare una forma attraverso il suono.

La prima esecuzione avvenne il 26 gennaio dello stesso anno al Conservatorio di Milano, con significativo successo. Nata per quartetto d’archi, l’elegia successivamente conquistò il pubblico anche nella trascrizione per orchestra d’archi, che ne conserva intatta la forza espressiva.

Il titolo richiama il crisantemo, fiore per tradizione associato in Italia alla commemorazione dei defunti, preannunciando il carattere dolente della pagina musicale.

Il tema d’apertura si avvia cromatico e lamentoso come un respiro sospeso e irrisolto. Seguono linee melodiche inquiete che si intrecciano e salgono in crescendo verso il registro acuto degli archi. La ripresa vede il ritorno del tema iniziale che gradualmente sfuma in un sussurro dei quattro strumenti.

Puccini era consapevole dell’efficacia di queste melodie - che potete ascoltare nella versione orchestrale - e nel 1893 inserì i due temi principali di “Crisantemi” nell’opera “Manon Lescaut”, dove accompagnano la fine tragica della protagonista.

Ma la storia di questa pagina musicale non si esaurisce nel repertorio pucciniano. Nel 2003 Mina incise “O cuntrario ‘e l’ammore”, canzone che è una rielaborazione della musica di “Crisantemi” con arrangiamento di Gianni Ferrio.

Lontana dalla dimensione originaria del quartetto d’archi, questa proposta è un incontro inatteso che mostra come una melodia possa attraversare epoche e linguaggi diversi, trasformarsi e continuare a vivere oltre le circostanze che l’hanno generata.

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