Perfetta annotazione da parte del grande regista russo che amava così tanto i quadri di Brueghel da inserirli come elementi chiave nei suoi film più importanti “Solaris” (1972) e poi “Lo specchio” (1975).
In “Solaris”, uno dei film di fantascienza più straordinari di tutta la storia del cinema, ambientato in una stazione spaziale orbitante attorno a un pianeta senziente, le pareti della biblioteca ospitano cinque dipinti di Brueghel, tra cui spicca “I cacciatori nella neve” (1565). Nella trama lo psicologo Kris Kelvin e Hari (la materializzazione della moglie defunta creata dal pianeta) si abbracciano e insieme a libri e oggetti della stanza, iniziano a levitare in uno stato di assenza di gravità, provocato dalle manovre automatiche di riassetto della stazione. In quel momento la telecamera di Tarkovskij si muove lentamente sui dettagli del quadro, a ricordare ai personaggi la loro natura umana.
Questa è la sensazione che si ha di fronte alle opere di Pieter Brueghel il Vecchio, padre di una dinastia di pittori e della loro bottega, così importante per il periodo del Cinquecento olandese. Sono noti per i paesaggi e le scene di vita contadina, spesso rese in senso umoristico e caricaturale, quasi grottesco, attraverso una minuziosità di particolari tipici della precedente pittura fiamminga. Con Brueghel la vita del popolo acquista importanza, natura e umanità, fonte inesauribile delle sue rappresentazioni. Pur producendo opere anche dal timbro religioso, di fatto tutta la sua opera, e poi quella dei suoi figli, mantiene un carattere borghese: piccole opere vendibili ai mecenati e collezionisti diventati ricchi attraverso i commerci. A differenza del Rinascimento italiano, colto e sublime, il cui scopo era quello di dare gloria alla Chiesa cattolica e al papato, magnificando le chiese e i palazzi mediante l’uso della prospettiva, il mondo nordico era più popolare.
E così ci siamo trovati alla mostra da poco aperta a Palazzo Reale a Milano, di fronte a tante opere significative, e un sacco di nasi che si incrociavano perché i particolari delle opere esposte sono piccoli ma densi, e bisogna vederli da vicino: sono scene di un’umanità caotica e indisciplinata, in movimento, in cui non vi è nessun centro a cui appigliarsi, ma solo un gran girare di occhi da un dettaglio sorprendente all’altro. Dopo la visita del giorno prima ad Artissima a Torino, ipotetica navicella spaziale alla “Solaris” , dal mondo un po’ algido anche se esplorativo, un po’ della cruda umanità dei Brueghel è stata corroborante. Ma forse c’è bisogno di entrambe.
