LA Caverna


Una Speranza senza Autoinganno

Sperare, oggi, è un atto di insurrezione spirituale. In un’epoca in cui la speranza viene ridotta a pillola consolatoria, a tranquillante per coscienze intorpidite o a facile ottimismo da rotocalco, occorre compiere una radicale opera di bonifica del linguaggio.

La speranza autentica non è un pio desiderio né una distrazione innocua; al contrario, è una forza eversiva, drammatica e di pura resistenza. È il rifiuto incrollabile di cedere all’illusione che le cose si aggiustino da sole, così come è la sdegnata smentita del cinismo imperante, che, dietro la pretesa lucidità del disincanto, rischia di nascondere una tacita complicità con la disperazione del mondo. Sperare non è un’emozione spontanea che va e viene a seconda dell’umore o dei tempi ma un dovere etico e una postura dell’esistenza. In un presente sfigurato dalle guerre, dalle disuguaglianze e dall’apparente, assordante silenzio di Dio, crollare nella rassegnazione significa diventare alleati del male. La vera speranza diventa uno scandalo perché osa sfidare la logica dominante del più forte, smascherando la menzogna della resa.

Non nasce nella bonaccia dei giorni tranquilli, ma si impasta di dolore, di grido e di protesta, sorge proprio là dove il limite umano si fa carne e piaga. Si può sperare davvero soltanto dopo aver attraversato il buio senza la codardia di fingere che non ci sia. Più che un’attesa passiva o un ripiegamento intimista, la speranza è un invocare furente e collettivo che si incarna nella storia, è credere con ostinazione che la giustizia, la pace e la dignità dell’uomo debbano e possano realizzarsi qui e ora, attraverso la difesa degli ultimi e la prassi quotidiana della fraternità. La storia non è un cieco vagare verso il nulla, ma un cammino dotato di senso e di sbocco, guidato dalla certezza che, al fondo della notte, l’amore vincerà. Bisogna aver sperimentato la bancarotta di ogni attesa superficiale, essere disperati di ogni altra speranza a buon mercato, per poter attingere a un’autentica, non deludente speranza. La decisione audace di stare nel buio gridando la luce, trasformando la speranza in un incrollabile atto d’amore per la terra e per gli uomini non è una garanzia razionale o un calcolo di probabilità, ma una scommessa profetica.

Per non cadere nell’autoinganno, occorre distinguere la speranza dalla sua contraffazione più insidiosa: l’ottimismo. Mentre l’ottimismo è una disposizione psicologica che dipende da circostanze favorevoli e calcoli di convenienza, la speranza è una virtù dello spirito che brilla di luce propria quando l’ottimismo fallisce e le probabilità umane sono del tutto contrarie. La condizione umana si gioca costantemente in una tensione polare: la finitudine e l’infinito; il limite, la fragilità, il dolore e la precarietà del presente e l’insopprimibile sete di pienezza, di senso e di compimento. La speranza è la forza gravitazionale che tiene uniti questi due poli. Ci concede di abitare il presente imperfetto con lucido realismo, impedendoci al contempo di rimanerne prigionieri. La ragione profonda per cui l’uomo può sperare senza ingannare se stesso non risiede nelle sue risicate capacità, né nelle traiettorie incerte della storia, ma nel fidarsi del fatto che la realtà custodisce un senso ultimo: il futuro non è un abisso vuoto che inghiotte le nostre azioni, ma una promessa di salvezza.

Per non degradare in utopia astratta, la speranza si allea a due virtù cardinali del vivere quotidiano: la pazienza e il coraggio. La pazienza è la capacità di sopportare il peso del tempo e del dolore senza crollare nell’amarezza. Non pretende tutto e subito; sa attendere, sa custodire il seme sotto la neve, offrendo la forza di attraversare il quotidiano senza arrendersi al cinismo. Il coraggio è l’audacia di scommettere su ciò che “non si vede ancora”, la spinta ad agire, a costatare il male ed ergersi contro di esso, continuando a seminare il bene anche quando il male sembra avere l’ultima parola. La speranza è l’ancora dell’esistenza, perché ci aiuta a basare la vita su una promessa di senso che non inganna ma garantisce che nessuna croce, nessun buio e nessuna ingiustizia avranno l’ultima parola sulla storia dell’uomo.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
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Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.