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I nodi al pettine mid-term

Quando leggerete questo articolo saprete come sono andate le elezioni americani dopo due anni di presidenza: le chiamiamo mid-term per indicare che ne mancano altri due alla fine del mandato. Mentre scrivo alla cieca, mancano ancora tre giorni, convulsi e confusi tra la festa di Halloween e la tensione per questo risultato, un pelo più incerto di quanto vi dicono i media.

A sentire i sondaggi, per Trump e Vance sarà una sconfitta epica: l’indice di gradimento è ai minimi storici, le guerre sprecone continuano, la borsa ha lasciato le stelle ed il costo della vita è finito alle stalle. Nonostante il can-can sulla Super Intelligenza, le magnifiche sette stanno prendendo legnate in borsa, i fondi pensione scappano sui bond, e molte aziende digitali avanzano rapide verso la bancarotta. Nessun robot scommetterebbe un chip sul Presidente a queste elezioni, ma: siamo sicuri sicuri?

Ai democratici manca l’alternativa decente: c’è sempre Bernie Senders, simpaticissimo ma ben oltre la data di scadenza, ed alcuni sindaci o governatori che stanno facendo bene a livello locale, ma è poca roba. Se non metti Obama sul podio, i convegni restano vuoti, che nemmeno le bocciofile. L’ex-Presidente quando arringa la platea è uno spettacolo senza uguali, ma è anche il segno segnato del fallimento del partito, incapace di trovare nuove leve e di proporre politiche concrete per il popolo. Trump, che come tutti i populisti aveva fatto leva sui lavoratori per vincere la presidenza, ora non chiede più alle gente se stesse meglio prima con Biden o con lui adesso: stiamo peggio, è innegabile. Il Donald può dire che gli altri paesi sono più rovinati di noi, che centinaia di milioni di cinesi vivono con $5 al giorno, che la loro borsa ha perso il 40% in due mesi, che in Europa le capitali sono in sciopero, che la loro economia è mal ridotta, tutto vero.

Ma se io sto male, quanto mi interessa che il vicino stia peggio di me? Il lavoratore che non arriva a fine mese, e vede miliardi sprecati in guerre inutili quando Trump aveva promesso di riportare tutti a casa, come voterà? Difficile dirlo, visto che il partito democratico è così asino da voler continuare a foraggiare le guerre in corso. L’economia del PIL, quella delle grandi aziende e del dollaro che regge il commercio mondiale funziona alla grande, ma quella del pieno di benzina, del costo sanitario e degli affitti è una tragedia. Le tariffe trumpiane hanno portato alcuni miliardi nelle casse statali, è vero, ma hanno anche aumentato del 2% l’inflazione, su un costo della spesa già troppo caro. I ricchi sono diventati ricchissimi con la borsa, i giovani sono incapaci di affittare senza svenarsi, men che meno di comprar casa.

A ben guardare i nostri giovani sono sulla stessa barca di quelli che a Parigi, Roma e Madrid protestano in centro. Tariffe e corsa impazzita ai datacenter hanno anche aumentato il costo delle nuove costruzioni, oggi al palo per le abitazioni, con conseguente minore offerta e crescita ulteriore dei prezzi. Nonostante i sondaggi diano un risultato a senso unico, voglio ricordare che per tre volte 350 milioni di cittadini sono riusciti ad eleggere campioni delle lobby come Trump e Biden: non fidiamoci dell’affidabilità di stime che in qualche modo ipotizzano la razionalità dei votanti. Amici VIP mi dicono che il Senato potrebbe rimanere repubblicano, siamo sul filo del rasoio, mentre la Camera dovrebbe certamente passare ai Democratici, azzoppando i prossimi due anni di presidenza Trump-Vance.

Se invece seguo i soldi, vediamo che i Democratici vincono le donazioni individuali, quelle che per legge non possono superare i $3.500 a testa, mentre i Repubblicani stanno facendo man bassa di lobby ultra-potenti, con l’AIPAC (lobby ebraica) che passa direttamente a versare nelle casse dei politici locali. Queste grandi donazioni consentono di promettere nuove fabbriche, nuovi posti di lavoro, ricchi premi e cotillons per tutti, ma omettono di dire che la ricchezza resterà nelle pochissime mani dei soliti noti. Il dado è quasi tratto: il 3 novembre vedremo se gli americani votano sulla base concreta dello stato delle cose, o se si fanno prendere ancora in giro. Il recente passato non promette bene.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
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Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.