Nelle elezioni di midterm di martedì scorso i sondaggi, ancora una volta, erano sbagliati. Stavolta, non avevano letto quanto grande fosse il vantaggio a favore dei democrats. Doveva esserci un’onda e c’è stato uno tsunami. Gli elettori hanno punito Donald Trump, senza mezze misure, a costo di votare personaggi molto lontani dal senso comune americano. I conservatori hanno perso ovunque, anche dove hanno sempre vinto. Come hanno detto i commentatori più accorti, tutto ciò a dimostrazione della lunga vita alla democrazia liberale americana, già data per spacciata: i check and balance funzionano, anche sottoposti allo stress fuori misura del secondo mandato Trump.
Che cosa non funziona nel profondo di questo mandato? Gli americani, che a Trump avevano perdonato tutto – intemperanze linguistiche, molestie, frodi fiscali e persino la manifestazione inquietante e pericolosa del famoso 6 gennaio 2021 – non hanno perdonato gli errori di questi due anni, soprattutto quello della guerra in Iran e le sue conseguenze economiche e sociali, oltre alla morte dei militari, elemento chiave che in Europa sottovalutiamo sempre. Il secondo mandato Trump ha sovvertito o tradito tutte le idee per cui il Presidente era stato eletto: la fine delle guerre (era stato l’unico presidente a non cominciarne), la fine della corruzione dello Stato federale e la revisione delle spese, la fine dell’immigrazione illegale e della woke culture, il ritorno del lavoro “americano”. È successo l’esatto contrario, ciascuna voce è stata trasformata nella caricatura violenta o grottesca di sé stessa. L’unico risultato è forse quello sulla woke culture che ora persino la fervente avversaria Ocasio-Cortez definisce “una follia”.
Tra i mille commenti, mi ha colpito quello di un giornalista di RealClearPolitics che individua nell’autoreferenzialità il problema della seconda amministrazione di Trump. È un problema antico e riguarda tutti gli autocrati o aspiranti tali, in qualsiasi campo, grande e piccolo, ed è uno dei grandi problemi anche di organizzazione aziendale, direbbe l’IDEA di Riccardo Ruggeri. Autoreferenziale significa chiuso in sé stesso, incapace di uscire dalla propria cerchia di persone consenzienti, incapace di ascoltare una critica o di cambiare visione anche di fronte a dati macroscopici della realtà. La sistematica esclusione dei dissenzienti, la loro stigmatizzazione come nemici anche quando si tratta di persone idealmente o ideologicamente vicine, la disconnessione dai dati semplici della realtà ne sono gli indici più riconoscibili.
Ma più profondo, e più interessante dal mio punto di vista, è il problema del linguaggio autoreferenziale. Nell’autoreferenzialismo, parole e gesti sono incapaci di scoprire qualcosa di nuovo e diventano fiacche rappresentazioni di sé stesse. La parola che una volta era innovativa e contundente diventa noiosa. Il gesto dirompente routinario. E ciò svela qualcosa di importante per la conoscenza e la comunicazione: il loro carattere unitario. C’è vera comunicazione solo quando c’è conoscenza nuova della realtà e viceversa. Da un lato, quando non c’è nuova scoperta della realtà, le parole e i gesti, pur rimanendo i medesimi, non comunicano più, suonano falsi e noiosi, o chiusi all’interno di un gergo non condivisibile se non dalla cerchia ristretta degli adepti. Dall’altro lato, quando non si riesce a cambiare la comunicazione, a scavare le parole, a ritrovarle in nuove forme e gesti, non c’è più approfondimento, ricerca, scoperta della realtà. Si diventa formali, anche quando si tratta del formalismo dell’informalità. Gli ultimi comizi trumpiani, spesso incentrati a sproposito su vecchie battute di sesso, progetti di ristrutturazione della Casa Bianca, eterno confronto con gli spettri del passato ne sono stati una prova. Parlando ai giovani delle manifestazioni del ’68, Foucault diceva che l’uso corrente e intercalare di parole legate al sesso, era il modo per tradire la rivoluzione sessuale e normalizzare la protesta. Così vale anche per il GOP e Trump: se vogliono ritrovarsi, devono anche cambiare linguaggio.
