C’è chi, in questa produzione libraria, ha inseguito un discorso culturale, ponendo al centro del proprio discorso un sensato ritorno alla bellezza e tuonando contro i colleghi troppo aderenti allo status quo. La domanda che giustamente ci si pone, in questi casi, è: dov’è oggi la bellezza in arte? Cosa vuol dire essere contemporanei? Per quanto a lungo varrà il concetto di contemporaneità? Quanto conta il mercato nel definire di valore un’opera d’arte? Tutte questioni interessanti.
Ma è come se ci fossero due partiti: uno che “governa”, vincente dal punto di vista commerciale, e che tesse la tela e impone a livello globale gli artisti preferiti, e l'altro che ha nostalgia di un “senso” generale dell'arte, di una dimensione estetica che possa essere riconosciuta oggettivamente come tale. Entrambi i partiti, però, gestiscono il proprio campo d’azione in termini di privilegi e potere, guardandosi bene, su entrambe le sponde, dal fare sforzi determinanti per cambiare le cose.
Ciò che è evidente è che il modo di gestire tutto il sistema dell’arte di prima della pandemia verrà ripensato, perché è la Storia stessa che ha dato uno scossone. Come artista onestamente non sono stata molto oltraggiata dal "tempo senza eventi", perché mi è consono e famigliare, essendo quella dell’arte una dimensione solitaria. Nutro simpatia per una visione “romantica” del fare artistico, a cui naturalmente aderisco, ma sono perplessa quando vedo che coloro che dovrebbero difendere una visione meno cinica sono sommessamente affascinati dal mondo che criticano, o inconsapevolmente conformi ad esso.
La loro critica all’art-system è così totalizzante che si scordano di lottare per il propria visione, indebolendo anche la migliore delle analisi: tanto sono dettagliati nel biasimare talune dinamiche, tanto sono vaghi e incompleti nel proporre nuovi approcci e nuovi nomi. Il narcisismo degli artisti è, ahimè, una trappola e una perdita di tempo: perché concentrarsi su coloro che se ne servono per argomentare il nulla? I libri, i film o le opere d’arte non nascono per fare a gara, ma principalmente per soddisfare un impulso creativo, e in fondo, si spera, per intrattenere e meravigliare. Non mi interessa sentirmi dire da qualcuno quale è stato il miglior artista dell’anno o a che prezzo alcune sue opere sono state battute in asta. Non voglio sprecare il mio tempo. Nel corso degli anni ho cercato di evitare le definizioni di successo (la famosa serie A,B,C,) perché ogni artista porta avanti le sue idee al meglio che può, e se ha paura degli insuccessi è meglio che cambi mestiere. E per parafrasare niente meno che Pascal, l’arte ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Nemmeno la ragione dei critici.