IL Digitale


Finisce la festa del software?

L’industria del software produce profitti elevatissimi da sempre. Dai floppy disk ai CD e DVD, per anni abbiamo pagato caro per la copia di un software, fosse esso professionale o videogioco, che all’azienda produttrice era costato un’inezia stampare e spedire, mantenendone sempre la proprietà intellettuale. 

Da quindici anni a questa parte la cosa è peggiorata, perché ora il software non ce lo vendono nemmeno più, ma ce lo affittano a comode rate, che alla fine costano il doppio rispetto a quando lo compravamo, ma siamo felici. Siamo passati da comprare un videogioco a $50 a spenderne $100 per ogni anno che siamo abbonati: noi ci divertiamo sul divano, i CEO sugli yacht miliardari. Questo abbonamento si è esteso anche all’hardware, computer e server, che oggi possiamo prendere a noleggio o in leasing, pagando uno sproposito nella pia illusione che in caso di problemi il fornitore ci aiuti, senza farci pagare di più.


Per investitori istituzionali e banche d’affari questa è stata una vera manna dal cielo: ancora pochi anni fa le aziende del software avevano valutazioni di dieci, quindici volte i loro ricavi, giustificate dall’essere galline dalle uova d’oro, macchine di profitti. Quando poi sono arrivati gli LLM, il ritmo degli investimenti è esploso: OpenAI ricava $20 miliardi ed ha una valutazione di $500 miliardi, ossia 25 volte, senza senso. Se lo paragonate a Walmart, che vale $1000 miliardi ma fattura $680 miliardi, capite che non c’è paragone con le altre aziende.


Adesso che sempre più esperti, barbieri e tassisti si accorgono che gli investimenti in AI ricordano più Totò mentre vende la Fontana di Trevi che un vero affare su cui investire, fondi e banche cominciano a scappare, a dirci che hanno spostato i loro investimenti su altri settori più sicuri, che non c’è nulla da guardare, che va tutto bene.


È vero che Carlyle e KKR sono esposti per poco più del 5% dei loro investimenti, ma sono i risparmiatori che hanno perso in questa transizione. Negli ultimi giorni c’era panico in borsa, perché questa o quella innovazione dell’intelligenza artificiale sembrano far saltare il banco di interi settori, ed il software viene visto per quello che è, un re nudo. Già, l’IA ora richiede ingenti investimenti in datacenter: solo in America le principali aziende hanno investito $280 miliardi nel 2024, $400 miliardi l’anno scorso, quest’anno contano di investire $650 miliardi. Schmidt dice che ci servono 92GW per i nuovi datacenter, equivalenti a 90 centrali nucleari, o 496.000 km quadrati di pannelli solari, per intenderci.


Per sostenere questi investimenti, le multinazionali IA cominciano ad emettere obbligazioni, a fare debito: Google di recente ha emesso un prestito a 100 anni, lo comprereste? In questo scenario i concorrenti si distinguono in due gruppi importanti: quelli che non hanno bisogno di vendere l’IA, perché la integrano nei loro prodotti, e quelli che non possono farne a meno. Tra i primi ci sono Google, parecchi cinesi ed in qualche misura Microsoft: hanno capito che possono regalare i modelli LLM, e quello che conta è presidiare l’ecosistema completo, che va dall’intelligenza artificiale fisica e digitale, ai robot, alle auto, elettrodomestici, video, app personali ed aziendali.


Pochi si rendono conto di un pericolo di questi investimenti in datacenter: l’evoluzione esponenziale di questa tecnologia. Se tornate indietro di qualche anno, vedete che la maggior parte delle previsioni all’insegna del “ci vorranno almeno 10 o 20 anni per arrivare qui” sono state infrante in mesi, se non settimane. Ma quando investiamo in un server, un conto è se produce e quindi si ripaga in cinque anni, un conto diverso se lo deve fare in tre, o peggio che mai in uno. Quando oggi sentite NVIDIA e Microsoft dirvi che la nuova generazione di server durerà sette anni, sapete che state ascoltando o una bugia, o una previsione assolutamente improbabile.


Il mio consiglio è sempre lo stesso: non perdete l’occasione per giocare con tutti gli strumenti disponibili, per provare a costruire qualcosa con le novità che arrivano sul mercato. Spingetevi anche a pubblicare quanto fate, su Github o piattaforme simili, per imparare ed aiutare altri ad apprendere. Di recente ho provato Kimi K2.5, ve lo raccomando: potrebbe essere un fuoco di paglia o fare successo, ma già solo provandolo imparate prospettive nuove anche sul resto delle tecnologie a disposizione. Buon divertimento.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.