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La creazione di nuovi batteri

Con quanto si legge sulla probabile origine da laboratorio biologico cinese del Coronavirus, venire a sapere di forti investimenti nella creazione di nuovi batteri ci spaventa. Non siamo ancora usciti dal caos causato da esperimenti sui pipistrelli ed ora create altri microbi che ci potrebbero infettare? 

Nello scorso numero sul Precision Farming ho accennato brevemente ai fertilizzanti, ossia le sostanze ricche di azoto che si spruzzano sulle piante perché crescano più rapidamente e con maggior produttività. Ci sono piante, come i legumi, che hanno sviluppato una relazione simbiotica con i batteri nel terreno e riescono a prendere l’azoto dall’aria e convertirlo in nutriente per il vegetale. Altre, come il grano, non hanno questo rapporto d’amicizia e convenienza coi batteri e quindi non possono crescere altrettanto bene. Per questo motivo da secoli gli agricoltori ruotano piantagioni diverse in modo da fertilizzare il campo e renderlo adatto alla pianta successiva. 

Circa 100 anni fa due chimici tedeschi (Haber e Bosch) inventarono il primo fertilizzante, ossia un prodotto chimico che spruzzato sui campi può arricchirli di azoto e quindi nutriente per le piante. Purtroppo il problema dell’uso su scala massiccia di questi prodotti chimici è l’inquinamento delle falde e l’eccessivo consumo d’acqua per tenere il terreno in condizioni sane. 

Ecco in soccorso i capitali del CEO Capitalism delle felpe californiane, che hanno dato il via all’ingegnerizzazione di nuovi microbi artificiali che possono fare (meglio) il lavoro dei loro colleghi batteri naturali. Questi nuovi batteri oltre a catturare l’azoto, mangiano anche l’anidride carbonica che trovano nell’aria, con buona pace di Greta e del riscaldamento globale.

L’utilizzo di tecnologia sofisticata in agricoltura porta a notevoli guadagni in termini di produttività, ossia di tonnellate di raccolto per ettaro, e questi ulteriori miglioramenti consentono agli agricoltori di paesi ricchi di vincere la concorrenza con paesi in via di sviluppo e più lontani dalle nostre tavole. Intelligenza artificiale, ingegnerizzazione del DNA della pianta ed ora creazione di batteri artificiali per lo sfruttamento della simbiosi portano forti aumenti dei volumi e della qualità del raccolto. La speranza è che nel lungo termine non portino anche maggiori patologie del sistema immunitario, come segnalato dal forte aumento di celiachia ed altre sindromi legate all’alimentazione.

Sono belli i nomi di queste aziende, come Pivot Bio o Joyn Bio, creati per darci l’impressione di un qualcosa di biologico e quindi sano. Teniamo a mente che il nostro metabolismo s’è evoluto nei secoli, quindi anche se i nuovi cibi non presentano problemi di tossicità non è detto che a lungo andare siano veramente innoqui. Ma almeno possiamo scommettere che se Bill investe in questo campo, un guadagno ci sarà.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro