IL Signor Direttore


Ripartire dalla vergogna

La vergogna è un sentimento desueto in Italia e anche altrove. Non la si prova più, ce la si vieta, si soffoca sul nascere il minimo accenno di rossore per la propria condizione, per il proprio passato, per le proprie azioni...

... e persino per la propria Patria violentata, poiché si ritiene che la vergogna sia un granello di sabbia capace di inceppare l'intero meccanismo della propria ascesa individuale. Quando tutti sono promoter di se stessi, la possibilità della vergogna è assente.

Faticoso, in tale contesto, trovare qualcuno capace di dire: "Mi vergogno di quel che ho fatto"; pressoché impossibile, poi, trovare qualcuno che arrivi a dire: "Mi vergogno per quello che tu hai fatto", poiché quest'ultima affermazione implica un ulteriore, nobile legame (non psicologico, ma morale) tra se stessi e un altro essere umano, o tra diverse realtà civili.

A proposito di tale legame, difficile da definire e raro, sentite cosa dice Saint-Exupéry in quel libro sconosciuto che è Cittadella, volume incompiuto di meditazioni e battaglia. È una citazione piuttosto lunga, ma so che per i lettori di Zafferano è sabato mattina ed è l'ora del caffè: 

Io disprezzo quel padre che denigra il figlio che ha peccato. Il figlio gli appartiene. È necessario che egli lo rimproveri e lo condanni - punendo così se stesso se l'ama - e che gli dica il fatto suo, non che vada a lamentarsi di lui di casa in casa. Poiché così facendo, se cessa di essere solidale col figlio, non è più un padre e ci guadagna quel sollievo che degrada e che somiglia al riposo dei morti. Io li ho sempre creduti poveri coloro che non sapevano più con chi fossero solidali.

Ho sempre osservato che essi cercano una loro religione, un loro gruppo, un loro senso, e che facevano la questua per essere accolti. Ma non incontravano che un'accoglienza apparente. Non c'è accoglienza vera se non nelle radici. Perché tu chiedi di essere ben piantato, stracarico di diritti e di doveri, e responsabile. Ma non ti assumi l'impegno di essere un uomo nella vita come ti assumi l'impegno di essere un muratore in un cantiere ingaggiato da un aguzzino.

Mi piace quel padre che, quando suo figlio sbaglia, si sente disonorato, si mette in lutto e fa penitenza. Perché il figlio gli appartiene. E siccome è legato a suo figlio e sorretto da lui, egli lo sosterrà. Non conosco alcuna strada avente un'unica direzione. Se rifiuti di essere responsabile nelle disfatte, non potrai esserlo nelle vittorie.

Il tono biblico di Cittadella è davvero come una limpida notte di sabbia e di vento nel deserto, coinvolge, commuove, dona libertà e giudizio. Saint-Exupéry continua così:

Se tu l'ami, la donna della tua casa, tua moglie, ed essa pecca, non andare a mischiarti alla folla per giudicarla. Essa ti appartiene e in primo luogo giudicherai te stesso poiché sei responsabile per lei. Il tuo paese ha sbagliato? Io esigo che tu giudichi te stesso: tu sei di quel paese.

E qui arriviamo a noi.

Negli ultimi due mesi in Italia sono accaduti fatti per cui ogni cittadino italiano avrebbe dovuto non tanto protestare ma vergognarsi, sentirsi disonorato nel profondo per il disonore di cui è stata capace la sua Patria, o quantomeno il Governo che pretende di guidarla in un momento così drammatico. In tedesco esiste la parola "Fremdschämen" a indicare la vergogna che si prova al posto di qualcun altro, talora persino la vergogna per l'assenza di vergogna altrui. Una vergogna transitiva, empatica, che coinvolge se stessi in un sottile processo di miglioramento.

Ma l'Italia è il Paese dove "il meglio è nemico del bene" (una frase che è una fregatura totale), quindi gli italiani, anziché provare vergogna, hanno "protestato". Hanno "sublimato", come si dice in psicoanalisi. Molti hanno fatto capannello sui social, qualcuno è sceso in piazza. Un po' come quell'uomo - e ci appoggiamo al racconto di Saint-Exupéry - che dopo esser stato tradito va in giro a dire a tutti, disgustato: "La vedete quella puttana? È mia moglie". Oppure: "Lo vedete quel barbone imbecille? È mio figlio". Trasportato sul presente: "Lo vedete questo Governo di scappati di casa e questa opposizione di addormentati? È il mio Governo, è la mia opposizione".

Occorreva, innazitutto, provare vergogna e non indignazione per come è stata ridotta l'Italia negli ultimi decenni, uno sfacelo che il virus si è limitato a portare alla luce. Ci si è limitati a sentirsi immuni dal contesto, o nobilitati da quattro ridicole proteste via Twitter. Sentimento desueto, la vergogna, sebbene potrebbe essere l'inizio di una rivolta non effimera.

E ragioni per provare vergogna ce n'erano.

Non accade per caso che una nazione di 60 milioni di abitanti accetti in un tempo brevissimo di sottomettersi a un lockdown tra i più totalitaristi che siano stati documentati su scala mondo durante la pandemia, con il cuore dei nostri vecchi preso a pedate, rinchiuso tra quattro mura, terrorizzato dalle direttive di uno Stato che ha dimostrato di avere come unica freccia nel suo arco la paura, una freccia avvelenata da sanzioni oltraggiose. Un mio amico medico, due giorni fa: "Quelli che dovevano morire di COVID-19 sono morti, ora ho il Pronto soccorso pieno di vecchi con la mente e il corpo distrutti dagli arresti domiciliari e di loro devo occuparmi".

Non accade per caso di accettare senza scoppiare a ridere fino alle lacrime - quel riso tragico e isterico che si allargava sulla bocca dei dissidenti nell'URSS degli anni Sessanta - ogni settimana un'autocertificazione diversa, di vedere droni ed elicotteri onnipresenti quando, fino a un  mese prima, lo Stato lamentava la mancanza di soldi un giorno sì e uno sì.

Non accade per caso che uno dei sistemi sanitari "migliori al mondo" perda molte più vite di altre realtà in altri territori. Se una sanità funziona lo si vede dal numero di persone che non muoiono, e questo è tutto.

Si potrebbe continuare e ci sarebbe appunto da vergognarsi tutti insieme per gli oltraggi all'Italia commessi negli ultimi due mesi e piantati per ricrescere in un fertile terreno di inciviltà preparato da molto prima della pandemia. Sì, ci sarebbe da vergognarsi e questo è accaduto, in solitudine, a diversi expat italiani che hanno provato a spiegare a cittadini di Stati stranieri (quelli dove ancora permane un vago e pericolante rispetto per le libertà individuali, una vaga dignità) l'insopportabile figura che il proprio Paese d'origine sta facendo in questa pandemia.

Ma si tratta di expat. Sul suolo nazionale non ci si vergogna, non ci si sente innanzitutto disonorati dal proprio stesso Governo, opposizione inclusa, ci si sente soltanto "indiginati" o "arrabbiati", e questo lascia poche speranze per il futuro. È probabile che ci sarà una forma di resilienza, un rimbalzo tecnico dell'economia, la ben conosciuta verve degli italiani che danno il meglio nell'emergenza, ma tutto ciò, privo e privato dei sentimenti dell'onore, del disonore e della vergogna, sarà il solito fuoco artificiale nella notte buia. Cioè la premessa di niente.

E sì che la vergogna potrebbe essere un sentimento positivo, di rinascita. L'ha ben definita il filosofo francese Vladimir Jankélévitch:

La vergogna lotta contro la colpa come la febbre lotta contro l'infezione, ma come la febbre dimostra la vitalità dell'organismo che resiste disperatamente al rischio della morte, così la vergogna testimonia il nostro pudore o, come si dice, la nostra coscienza; non arrossiremmo se non avessimo cattiva coscienza, ma non avremmo cattiva coscienza se non avessimo conservato il sentimento della nostra dignità e quella specie di fierezza, delicata e segreta, che nobilita tante coscienze decadute.

In altre parole, quando troviamo una persona che si vergogna abbiamo anche il piacere di incontrare un animo fondamentalemente retto, "che vale di più delle sue stesse azioni". E sarebbe già qualcosa. Al prossimo giro elettorale, speriamo imminente, sarebbe bello votare quel politico capace di dire: "Quando sono solo, provo molta vergogna per come abbiamo ridotto l'Italia". Ma qualcosa mi dice che, tanto per cambiare, sarò costretto a restarmene a casa.


PS

Cari lettori di Zafferano, un esempio di vergogna nobile: lo scorso 27 aprile Riccardo Ruggeri ha pubblicato sul suo blog un Cameo scritto a ritmo di rap che si chiudeva così: "Basta parole morte. / Voglio vivere. / Provo vergogna per la mia inazione. / Mi sento sporco. / Passo e chiudo".

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