Vita d'artista


Lo schivo Morandi

Amo il caffè e precisamente il caffè della moka di cui ho tre differenti misure a seconda del momento della giornata. La tanto amata tazzina al bar, favoritissima dagli italiani, l’apprezzo solo in compagnia: come fosse una sorta di calumè della pace espresso, che serve per iniziare una conversazione spinosa di lavoro, in generale con il mio gallerista.

In questi mesi di pandemia, le tre caffettiere si sono mosse come il gioco delle tre carte accanto ai fuochi, sullo stesso piano, nel fondo neutro della cucina. Ogni tanto le guardavo e pensavo al più grande di tutti: Giorgio Morandi, il poeta delle "cose ordinarie", che chiuso tra le quattro mura dello studio e accudito dall’universo femminile che lo circondava, passa l'intera Seconda Guerra Mondiale.

Un uomo taciturno e discreto che all’amico Cesare Brandi nel '47 chiedeva: "A Venezia la prego vivamente di aiutarmi a non esporre. In questo momento sento vivo il bisogno di un poco di tranquillità per poter pensare alle cose mie". Considerando la mia personale esperienza della Biennale, aveva ragione lui.

Il mio primo incontro con il lavoro di questo immenso artista fu a Parigi in occasione di una grande antologica all’Hotel de La Ville a metà degli anni '80,  in una surreale quanto anarchica "gita di Brera". Non è affatto scontato che un pittore dai registri così minimi possa piacere a una giovane che si affaccia alla vita con spirito ribelle. E invece, opera dopo opera di quella indimenticabile mostra, rimasi avvinta dalla potenza di quel silenzio e da quella semplicità taciturna. Lo schivo Morandi mi parlava con voce sommessa, in una lingua piena di pathos, della condizione umana, della fragilità della vita e della bellezza di ogni cosa creata, anche la più umile. Una lezione, la sua, oggi ancora più attuale. 

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In questo numero hanno scritto:

Giordano Alborghetti (Bergamo): curioso del software libero, musicofilo, amante del mare
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Roberto Zangrandi (Bruxelles): lobbista