Bruxelles


Oh – ce biele zoventût...*

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E, proseguendo nella libera citazione dal cuore degli udinesi, gioventù come a Bruxelles non si trova in nessun posto. Chiedetelo a un arguto genovese, con ufficio di fronte al Parlamento Europeo, che si è inventato una serie di think-tank e centri-studi per analizzare "la società in divenire" secondo molteplici aspetti.

Forzato dal lockdown adesso vive in Spagna, manda avanti il suo team da remoto e i suoi studi rimangono ambitissimi da chi dentro e attorno la Commissione e il Parlamento si chiede: la X generation, gli Y con i Millennial, la Z**, oppure la prossima, ormai vicinissima, Generazione Alfa, come reagiranno? Di che tipo sarà la loro resilienza? Come sapranno rivitalizzarsi dalla crisi (o dal trauma socioculturale) della pandemia, della reclusione, del distanziamento e del faticoso e distruttivo "new-normal"?

La stessa domanda se la pongono le grandi imprese globali, preoccupate per il comportamento di consumi, stili di vita, etica del lavoro, senso di appartenenza e identità aziendale, e numero, e profondità delle skills, le famose ma imprescindibili "competenze" che legittimano e abilitano alla dimenticata execution – basilare nel futuro, come lo era stata nel passato. La lista dei partner di ThinkYoung è impressionante. In ordine sparso, fra quelli più noti: Coca Cola, Vodafone, Lego, Goodyear, Boeing, BNP-Paribas-Flortis, Google, Intel, 3M, MIT Technology Review, il fondo sovrano Invest Hong-Kong, le Missioni Permanenti presso la UE di Cina e Stati Uniti, più due manciate di fondazioni, istituzioni meno note ma non per questo trascurabili, oltre alla Commissione e il Parlamento Europei.

Allora, i postcoronas come saranno? Intanto vanno osservati con attenzione quelli del campione più facilmente disponibile e seguito, gli Erasmusean, ragazzi in scambio Erasmus al deflagrare della pandemia, accanto a quelli raccolti dal programma European Solidarity Corps, l’iniziativa dell'Unione europea che, per i giovani, crea opportunità di fare volontariato e lavorare in progetti solidali nel loro paese o all'estero, a beneficio delle comunità e delle persone in Europa.

In tutto sono 165 mila in programmi Erasmus e 5 mila in programmi di volontariato sparsi nell'Unione, dice ThinkYoung. In uno studio riferito a 22 mila studenti ed eseguito attraverso l’Erasmus Student Network, è possibile stimare che due terzi dei programmi sono continuati e che gli studenti in scambio hanno proseguito la loro permanenza in paesi diversi da quello di origine. Impatto meno drammatico del possibile. Poco meno del 40% ha comunque dovuto registrare qualche problema rispetto al suo programma originale; così come la metà degli studenti in scambio hanno continuato gli studi on-line e il 34% di questi hanno goduto di un mix fra on-line e lezioni posposte o riprogrammate. Il campione è sufficientemente affidabile per traslarne tuttavia i risultati all’insieme degli studenti in scambio fra il 2019 e il 2020.

Diverso l’impatto se andiamo a guardare più in dettaglio la generazione Z. Qui convivono quattro cluster di giovani: quelli che frequentano le scuole medie (sia inferiori che superiori, secondo i diversi ordinamenti scolastici) sono stati privati dell’ambiente in cui sviluppare le relazioni utili e necessarie al loro sviluppo non solo intellettuale e di una socialità che ha scontato fin qui l’assenza del confronto fisico con i pari. A questo si aggiunge che nella fascia più adulta del cluster la pandemia ha portato un’incertezza forse strutturale nell’aspettativa rispetto al futuro e alla sua concezione dopo una possibile conclusione dei corsi universitari. Erano stati avviati in un mondo sostanzialmente diverso e con altre indicazioni circa il passaggio all’età adulta. Chi, poi, nella generazione Z si trova già in una situazione lavorativa può solo avere consolidato elementi di ansia e pessimismo rispetto al futuro, avendo vissuto in questi mesi la combinazione della labilità dell’occupazione e la fragilità dell’economia in cui la generazione si è ritrovata – ben lontana dal consolidamento delle esistenze professionali tipiche delle generazioni del dopoguerra ancora ammesse alla possibilità di agguantare quello che l’Editore ha sempre ricordato: lo scomparso ascensore sociale.

Lo ha spiegato bene, riportato da Business Insider, Jason Dorsey, presidente del Center for Generational Kinetics (CGK) e autore del prossimo libro Zconomy: Come la Gen Z cambierà il futuro del business. Nel suo recente studio sullo stato della Gen Z nel 2020, all’ombra del COVID-19, la sua conclusione è: "Oltre alla percezione delle incertezze circa il lavoro, il COVID-19, ha aggiunto fattori di stress significativi: la pesante influenza della quotidiana conta dei morti e i grafici sui tassi di mortalità; la paura di perdere i genitori, i nonni o amici. I social media, facendo eco a quanto è brutto il mondo che li circonda. È un momento decisivo per la generazione Z — e l'impatto diventa più profondo quanto più a lungo l'evento si estenderà; ovviamente, più sarà anche l'incertezza, la paura e la difficoltà che crea". È quindi chiaro che la pandemia cambierà il modo in cui la Gen Z considera l'apprendimento e il funzionamento del mondo del lavoro e del mondo nel complesso. Un'altra conseguenza sarà che la Gen Z diventerà "ancor più finanziariamente avversa al rischio di quanto non lo sia già". Lo studio è svolto negli USA, ma se lo guardate con attenzione e poi rivolgete lo sguardo attorno a voi, è come se fosse fatto nel vostro quartiere, talmente i comportamenti rilevati sono universali.

Il fenomeno si innesta su un terreno già devastato, secondo alcuni, dai più vecchi Millennials. In effetti questi hanno distrutto fra le altre cose la nozione di matrimonio e dell’accesso alla proprietà. Altri confermano l’avversione alla proprietà rispetto alla disponibilità di beni e servizi nell’economia dell’accesso e della condivisione, ma rilevano quanto in molti paesi europei i Millennials ritardino il matrimonio per renderlo in qualche modo più "sicuro" e a lungo termine, al punto che, comunque, il tasso complessivo di divorzi è calato. Tornando però alla Gen Z, c’è un dato riportato da ThinkYoung circa uno studio condotto in Malesia che ha similitudini con tendenze in via di sviluppo anche nella nostra porzione di occidente. La Gen Z più adulta che ha cominciato a confrontarsi con il mondo del lavoro dà assoluto rilievo lo sviluppo individuale e organizzativo – la carriera. In questo quadro mette conto rilevare come il COVID-19 abbia forzato e forzerà la digitalizzazione di un vasto numero di attività, trovando nella Gen Z gli individui più abili e disponibili a incorporare il "digital" nella loro vita professionale: sono il 34%, contro il 30% dei Gen X e il meno del 20% dei Baby Boomers

Una delle corsie veloci (fast-lane, come all’aeroporto), imboccate dalla Gen Z trova una conferma in Finlandia, dove la propensione all’imprenditorialità dei tardo-adolescenti e dei giovani adulti è in vistosa crescita; e dove circa due terzi dei giovani assicura che c’è sovrapposizione fra i propri interessi e il curriculum di studi scelto; inoltre,  si sentono soddisfatti del loro reddito, generato dalla loro impresa, più di quanto non sarebbero come dipendenti salariati. Certo, questo studio non tiene ancora conto del COVID-19 e dei timori così bene riassunti dallo studio dei cinetici generazionali citato più sopra. 

Le giovani generazioni europee sono probabilmente molto resilienti e troveranno un riscatto dal virus, ma ne resteranno inevitabilmente segnate. Chi analizza i post sui social con l’occhio critico della psicoanalisi delle tipologie (o meglio, tipizzazioni) sociali, intravvede la recrudescenza e il consolidamento del termine multipotenziale riferito a soggetti che hanno molteplici idee, ma che non sanno metterle in pratica per l’incapacità di dar loro un seguito. Insomma, ancora una volta ciò che manca è la vecchia execution. Così come mancava nella precedente scoperta (da indulgenza plenaria professionale...): l’ipersensibilità. Entrambe, multipotenziale e ipersensibilità, ben gestite e messe al servizio della antichissima voglia di fare sarebbero armi formidabili e capaci di rendere irripetibile l’uscita della Gen Z dall’impasse in cui rischia di impantanarsi.

Suggerirò all’amico genovese di studiare in dettaglio come toccherà probabilmente ancora una volta ai più “smart” fra i Baby Boomers rimboccarsi le maniche e insegnare alla Gen Z i "fondamentali" della resilienza di cui tutti parlano. E gli ingredienti dell’olio di gomito.

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Note

* https://www.toptesti.it/testo_o_ce_biel_cjsciel_a_udin_canti_popolari_607752

** Fra i vari riferimenti, a partire dal 2020, la ripartizione delle generazioni utilizzate dai sociologi per età è simile alla seguente:
    • Baby Boomers: sono nati tra il 1944 e il 1964. Sono attuali tra i 56-76 anni
    • Gen X: è nata tra il 1965 e il 1979 e ha attualmente tra i 41 e i 55 anni
    • Gen Y, o Millennials, sono nati tra il 1980 e il 1994. Attualmente hanno tra i 26 e i 40 anni.
    • Gen Y.1 = 25-29 anni
    • Gen. Y.2 = 29-39
    • Gen. Z, i successivi
    • Le generazioni Y e Z, sono anche categorizzate come "nativi digitali"; chiunque sia nato prima del 1980 è definito un "immigrato digitale" se sa utilizzare le risorse informatiche e di rete, altrimenti rimane un analfabeta digitale.

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