Pensieri e pensatori in libertà


Grotte

Nel nord della Cina mi portano a vedere le grotte di Yungang. Scavate nella pietra, si possono ammirare 57000 statue buddiste del V secolo, alcune delle quali raggiungono quasi i 20 metri, altre i pochi millimetri. Bisogna entrare dentro le cavità per scoprire i colossi. Il soffitto e le pareti sono tutti lavorati, spesso con raffinatezza simile a quella del barocco leccese del XVIII secolo.

Uno dei colleghi statunitensi che mi accompagna rimane quasi infastidito dal lavoro così eccessivo fatto “per niente” e continua a ripetere: “ma perché uno deve andarsi a infilare nella roccia per fare questo? Perché?”

Già, perché? Ad agosto ero andato a visitare la grotta preistorica Chauvet, nell’Ardèche, Francia del sud. Qui siamo addirittura nel 32000 avanti Cristo. Nell’ampia caverna, fortunatamente ritrovata nel 1994, dopo essere stata sigillata per 21000 anni in modo da essere preservata da ogni possibile minaccia climatica, qualche genio pittorico della preistoria ha dipinto quasi 500 figure di animali e anche un paio di figure umane. Nel fondo della caverna, abitata d’inverno da orsi in letargo, si vedono cariche di cavalli, agguati di leoni, battaglie fra rinoceronti e, persino, infine l’inquietante vicenda di una donna, una leonessa e un oscuro stregone. I cavalli hanno espressioni diverse tra loro e i leoni sono in movimento. C’è persino un tentativo evidente di trovare la prospettiva. Picasso diceva che nell’arte primitiva c’era già tutto. Se avesse visto la grotta Chauvet di Pont d’Arc, sarebbe rimasto impressionato dalla somiglianza con Guernica. Un grande matematico contemporaneo - Giuseppe Longo dell’Ecole Normale di Parigi – sostiene del resto che l’invenzione del “bordo” grafico nelle grotte preistoriche sia stato il più grande gesto matematico, il più grande avanzamento scientifico, mai avvenuto. E anche lì, un po’ stupiti un po’ attoniti, siamo rimasti a lungo a chiederci: “perché?”

Perché gli esseri umani dipingono o scolpiscono? Perché scendono nelle profondità di grotte pericolose, dove non vivono di solito, per raffigurare gli animali che hanno visto fuori, con i loro occhi? Perché non basta vederli? Perché, in Cina, in altro mondo altra cultura altri tempi, devono scavare nella roccia per poi costruire un’immensa statua di un altro uomo, sebbene sicuramente dalle doti straordinarie?

È che l’essere umano ha bisogni di significato che vanno al di là di ciò che vede, sente, tocca. È un animale con bisogni metafisici. Ma ciò che è più notevole è che non ha altro modo di capire questi bisogni se non compiendo delle azioni comunicative, dei gesti in qualche modo rappresentativi. Per capire qualunque cosa ha bisogno di comunicare e la comunicazione è sempre un’azione. Una tra le tante è quella complessa dell’articolazione di lingua e bocca in ciò che chiamiamo linguaggio. Ma c’è il dipingere, lo scolpire, il suonare e, infine, lo scrivere. Tutte azioni che compie facendo anche sacrifici immensi e, alle volte, pericolosi.

Così, quando cerca di capire il senso del mondo e ne avverte la tremenda sproporzione, deve fare gesti comunicativi estremi: più alti o più bassi, più profondi o più eclatanti. A essi ha spesso riservato nella storia le sue capacità comunicative più sofisticate e creative. È per questo che ogni religione è sempre piena di gesti creativi e, viceversa, che spesso i gesti creativi - anche quelli contemporanei, così culturalmente lontani - sono spesso religiosi. Walter Benjamin denominava “aura” questa caratteristica unità di arte e religione e credeva che il comunismo ce ne avrebbe finalmente liberato, permettendoci di non sentirci più presi o soggiogati da queste rappresentazioni umane. Alle grotte di Yungang sventolano le bandiere rosse ma l’aura e i suoi gesti sono ancora lì, tra selfie e uniformi.


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